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UNA NUOVA IMPRESA? WOOD DEMON

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Cosa vuol dire fare impresa oggi? Come nasce qualcosa da zero? E’ possibile che nel 2014 esistano nuove idee che hanno un mercato anche senza essere start up tecnologiche?

Wood Demon è una di queste e un video (clicca qui) dà un assaggio dell’idea e della filosofia che ci stanno dietro.

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FARE O GUARDARE?

Nel film Harry ti presento Sally c’è una battuta folgorante: i giovani Harry e Sally, in viaggio verso l’università della Grande Mela, iniziano a conoscersi e Harry chiede a Sally cosa vai a studiare a New York? e Sally risponde giornalismo e lui acidamente contraccambia dicendo così racconti la vita degli altri anzichè viverla. Magari non ricordo perfettamente le battute ma il concetto è questo: vuoi fare o guardare? Vuoi vivere la tua vita o assistere, come al cinema, alla vita degli altri?

Oggi c’è moltissimo da fare e possiamo eesere certi che il nostro ruolo all’interno dell’economia di questo Paese non ce lo dirà un rettore universitario nè tanto meno un prof illuminato o un selezionatore. Ce lo dirà invece la nostra passione  che va misurata sulla base del quanto sarà lo sforzo per raggiungere l’obiettivo e sulla base della nostra disponibilità a guardarci attorno e a chiedere a chi conosciamo che già lavora scusa ma nella tua azienda/ufficio/società che tipo di competenze state cercando?

E poi ci vuole l’umiltà e il coraggio di sbagliare, essere bocciati, andare dal prof a chiedere consiglio per la volta successiva, cercare qualcuno con cui studiare, chiedere aiuto ad amici e conoscenti anche via Facebook per arrivare velocemente ad avere le informazioni che ci servono per fare le scelte più corrette per l’avvenire.

VITA DA GIORNALISTA!

Questa è un’intervista che volevo fare da tempo perché tanti ragazzi vogliono fare i giornalisti e mi parlano del giornalismo “classico”, quello ormai morto e sepolto, per intenderci, e lo confesso, ci rimango un po’ male e penso: ma come? Con tanta tecnologia sotto il naso, con i media ormai dappertutto, ancora a pensare alla vecchia maniera? Per questo ci tengo particolarmente a questa intervista perchè ci porta dritto al cuore di un lavoro in grande mutamento e ci mostra quale energia speciale occorra davvero. Lara Lago è giovane e si muove con intelligenza e scaltrezza nel mondo del giornalismo moderno. La parola a lei…

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Ciao a tutti. Mi chiamo Lara, ho 30 anni. Come percorso formativo nell’ordine ho frequentato: il liceo classico, una corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Padova, la specialistica in Giornalismo a Verona. Lavoro da sempre (quando avevo meno di 10 anni mio papà era un venditore ambulante di abbigliamento per bambini e girava tutti i mercati della zona. Io d’estate mi alzavo alle 5, cosa che non farei più nemmeno sotto tortura, e lo accompagnavo in giro per le fiere). Durante il liceo d’estate invece lavoravo in uno studio di pratiche automobilistiche. Fare il lavoro della vita però è tutta un’altra storia. Ho iniziato appena ho potuto. Durante gli anni della triennale ho lavorato e collaborato (e tutt’ora collaboro) con un magazine mensile dedicato a musica, arte, cinema ecc. che si chiama Sound&Vision. Ci collaboro ancora perchè non voglio dimenticare il percorso che ho fatto, da dove sono partita. E’ importante mantenere salde le proprie radici. Poi il loro slogan era ed è “Be yourself and do what you want” e lo sposo tutt’ora in pieno. Nel 2007 mi sono affacciata nel mondo del giornalismo “vero”: la cronaca, le conferenza stampa, un massimo di righe da non sforare, uno stile di scrittura preciso senza fronzoli. Scoprivo cos’era lavorare sulla notizia. Finalmente, dopo essermi sentita dire da tanti docenti che “per fare il giornalista devi consumare la suola delle scarpe”, iniziavo a consumarle anch’io. Ho collaborato con la redazione di Bassano e Vicenza del Gazzettino dal 2007 al 2010, una palestra fantastica che mi ha formato in toto. Nel 2010 cambio di rotta: mi laureo alla specialistica, faccio un colloquio con la tv TvA Vicenza e mi assumono con un contratto estivo, per fare un pò da jolly e riempire i buchi dei colleghi in ferie. Il contratto viene trasformato dopo settembre in un contratto part time. E rimango da loro dove sono tutt’ora, ricoprendo diverse mansioni e lavorando anche, ultimamente, per Telechiara. Passano i mesi e attorno a questo lavoro se ne aggiungono altri. Curo l’ufficio stampa di un Comune, quindi la scrittura applicata alla politica e da novembre 2013 arriva anche quello che io definisco il lavoro dei sogni.

Faccio la giornalista perchè amo scrivere e il giorno che mi chiesi che tipo di giornalista avrei voluto essere (tra le giornaliste di Novella 2000 a un’OrianaFallaci qualsiasi diciamo che ce ne passa) mi risposi: corrispondente estera. Avevo sempre pensato però che avrei voluto lavorare per una testata italiana ed essere spedita in giro per il mondo. Non avevo mai pensato che un giorno sarebbe anche potuto accadere l’esatto contrario. Così è successo: ora sono una dei corrispondenti veneti per una testata di un quotidiano on line degli Stati Uniti “La Voce di New York” (consultabile su www.lavocedinewyork.com). Si scrive in italiano ma si lavora con una mentalità all’americana che ti incentiva a dare sempre il meglio. Super!

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Ottimo…vedo che anche con te, come con altri intervistati, il binomio studio-lavoro è presente e sembra proprio essere una gran palestra per imparare a darsi da fare e focalizzare più velocemente cosa si intende davvero fare. Infatti, quando è nata la passione per il tuo mestiere e come hai capito che non era solo lo sfizio del momento ma il tuo obiettivo vero di lavoro?

Avrò avuto circa 9 anni quando mia nonna paterna mi disse una frase che mi servì da lampadina nel buio. La disse in dialetto ma in italiano suona più o meno così: “Con la lingua lunga che ti ritrovi, da grande non potrai che fare o l’avvocato o la giornalista”. Ci aveva visto giusto. Ma 9 anni sono ancora pochi per capire cosa fare davvero nella vita. Amo scrivere da sempre, mi riesce facile, mi piace, non mi annoia mai. Quindi volevo lavorare con la scrittura, non potevo pensare di fare un mestiere che non fosse “tra le mie corde”. I giornalisti all’età delle medie li vedevo abbastanza dei personaggi affascinanti ma complicati, arrivare fin là mi sembrava una strada tortuosa. Preferivo forse più la scrittrice. Ma un percorso personale è anche una linea che unisce i diversi puntini. Io di puntini ne ho trovati parecchi e continuo a trovarne: sono fari nella notte che ti illuminano la strada. Ti dicono “c’è una strada e tu la devi seguire per questa via”. Il primo puntino, dopo mia nonna ovviamente, fu un concorso di scrittura nazionale che vinsi a 14 anni. Inizi a pensare “ok, se in tutta Italia quello che scrivo piace, qualcosa vorrà pur dire”. Poi un professore che in seconda superiore disse a mia mamma durante un colloquio “Signora quando sua figlia diventerà una giornalista affermata si ricordi di me. Mi va bene fare anche il portaborse del suo portaborse.” Una frase fin troppo lusinghiera che mia mamma smorzò subito con un “Ma cosa mi dice professore?!” ammutinando lui e facendo ridere me. Un altro faro fu il mio primo direttore al Gazzettino, colui che prese il mio potenziale (allora inespresso) da zero e lo trasformò con tanta pazienza e tutto ciò che serviva, dalle nozioni base ai consigli, alla visione del mondo. Ora di fari ne ho altri: sono fondamentalmente le persone che credono in te e che ti dicono “Sì stai facendo la cosa giusta. Continua così”. Ti riconfermano di continuo quale sia la tua strada professionale. Spesso sono proprio i tuoi capi o i tuoi colleghi, coloro con cui lavori tutti i giorni fianco a fianco. Certo, il lavoro non è fatto sempre di soddisfazioni. C’è anche chi ti urla dietro che è meglio se cambi mestiere. Ma non può che far bene. A quel punto sei costretta a fermarti e riflettere: “Davvero non sono fatta per fare questo lavoro? Come lo sto facendo? Cosa non mi piace? Cosa cambierei? Cosa voglio dal mio futuro professionale?”. Ricalibri il tiro e riparti. Con più forza di prima.

Quello che dici mi fa venire in mente 2 cose fondamentali nell’orientamento personale: primo, che contano molto i feedback degli altri, soprattutto perché quando si è giovanissimi sono spesso gli adulti a vederci più lungo di noi e bisogna fare attenzione ai loro commenti e ragionarci, approfondire. Secondo, occorre sempre fermarsi a riflettere e porsi domande lungo il cammino sul come sta andando, sul cosa migliorare, cosa scartare, ecc… estremamente importante per non perdere di vista la bussola. Anche perché se unendo i puntini ci si sposta dal primissimo obiettivo occorre trovare un senso generale del proprio percorso. Ad esempio tu lavori in uno dei settori che più si è evoluto grazie alle nuove tecnologie: quali sono le principali differenze tra i giornalisti vecchio stile che incontri e le giovani leve come te?

I giornalisti vecchio stampo mi piacciono tantissimo: hanno quel tipo di conoscenza che non viene da Wikipedia, ti raccontano di aneddoti delle persone che hanno intervistato, di notti a cenare con personalità più o meno importanti, a comunicare con le parole e non dietro allo schermo di un pc. I giornalisti vecchio stampo, almeno quelli che conosco io, oltre ad essere di loro affascinanti, con il fascino di chi ha toccato la storia negli anni, sono estremamente elastici. Erano abituati a dettare gli articoli via telefono alla segretaria che con la telescrivente trasformava i loro foglietti di appunti in articoli di giornale. Hanno un fascino che inevitabilmente si è perso. Spetta a noi, nuove generazioni, tenerci stretto quel fascino del giornalista che se voleva una notizia doveva andare sul posto e parlare con i testimoni. C’è invece il rischio, vuoi per gli stipendi che sono sempre più bassi, per le tempistiche di redazione che diventano sempre più veloci e che vanno gestite sempre in meno persone, che si faccia un giornalismo copia-incolla: arriva il comunicato stampa, cambio qualche parolina, lo pubblico nel quotidiano o lo faccio diventare un servizio di un tg. Questo è quello che il giornalismo NON deve diventare, anche se spesso sarebbe la cosa più facile. Nelle nuove leve io vedo tanta fame, tanta abilità, pochissimo spazio. Purtroppo a volte vedo anche poca umiltà, credersi arrivati è la porta perfetta per non andare mai da nessuna parte.

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E poi ad un certo punto hai preso una porta a sorpresa che ti ha portato all’ultima edizione del Festival di Sanremo. Ci racconti come ci sei arrivata?

Credo di avere un animo da giornalista anche perchè soffro ogni volta che non mi trovo dove i fatti accadono. Quando è stato eletto Papa Francesco avrei voluto essere in Piazza a San Pietro a respirare l’emozione della gente. Invece ero in salotto a casa davanti alla tv e non riuscivo a stare ferma, leggendo in internet tutti i profili dei vari Papi papabili per la nomina e saltellando di continuo. Vivevo in una specie di reality tutto mio insomma, c’erano le nominations, il brivido della diretta ecc. E questo del Papa non è che un esempio. Mi succede sempre quando c’è qualche fenomeno nazional popolare. Sanremo è uno di questi. Dopo anni passati a scambiare pagelle virtuali con i miei vari capi di redazione (appassionati come me di musica del resto) quest’anno sono finalmente riuscita ad andare a toccare con mano il tutto. Com’è andata: ho proposto io alla redazione de la Voce di New York di poter seguire la kermesse. Come sempre mi hanno appoggiato e motivato a partire all’avventura, dandomi anche una possibilità e libertà espressiva che non avevo più da anni. Così con un accredito compilato fuori tempo massimo, una valigia più grande di me e nessuna conoscenza o amicizia sono partita allo sbaraglio. Ed è stato un successo. (Si può leggere il diario della mia esperienza sanremese su Facebook. E’ lì, oltre che negli articoli per New York, che ho raccolto le mie emozioni e sensazioni).

Mi ricordo i tuoi post su Facebook mentre eri al Festival ed era divertente seguire te che seguivi il Festival e spedivi aggiornamenti e foto. Brava, sei riuscita a tenermi attaccato ad una trasmissione che di solito non guardo…e mi chiedevo quanta libertà avessi di pubblicare certe immagini e di scrivere certe cose… nel tuo lavoro quanto ciò che racconti è frutto di una tua idea e quanto ti viene invece “assegnato” da scrivere? E quanto conta poi la personale caccia alle informazioni?

Varia moltissimo da testata a testata. Nella stampa locale c’è sempre una scaletta da seguire: gli impegni e la vita politica della città, la cronaca nera delle cose che succedono in ogni minuto (anche 10 minuti prima di andare in onda col telegiornale!), le conferenze stampa con le varie iniziative. Hai poco margine per la creatività e per le tue idee. Certo, devi avere sempre le antenne pronte a captare dove ci sia la notizia, ma non è così semplice se non si conoscono bene tutte le dinamiche della comunità e della città che segui. Il discorso è diverso invece quando tu sei imprenditore di te stesso. Per New York nel mio caso mi capita spesso di proporre temi che mi stanno a cuore, persone che vorrei intervistare. Oppure lavoro su uno spunto che mi viene dato dalla redazione. Quello che la gente spesso non capisce è che non è il giornalista che decide cosa scrivere o non scrivere. Sono le notizie. Il giornalista è “vittima” nel bene e del male di una notizia. Se un evento, un fatto, un profilo non fa notizia, se non c’è “ciccia” da raccontare, non se ne fa nulla.

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Pensando ai giovani che si vogliono affacciare a questo mestiere, quali competenze ti sembra siano essenziali oggi?

Per fare il giornalista, come credo qualsiasi altro lavoro comunque, serve tantissima passione. Se io quando mi alzo al mattino dovessi mettermi a pensare a quanto guadagnerò e quanto invece ci rimetterò, meglio mi giri dall’altra parte e riprenda a dormire. Tanti miei amici pensano a priori che fare il giornalista sia un lavoro che ti rende ricco. Quando poi spiego che non è esattamente così, vogliono sapere quanto prendo con tre lavori e altri (tanti) non pagati. Quando svelo il segreto prima mi guardano allibiti poi mi chiedono perchè io non faccia la barista in un pub, visto che probabilmente arriverei a guadagnare di più.

Non faccio la barista in un bar perchè ora come ora non potrei fare nessun altro mestiere. E ringrazio la redazione di New York per avermelo fatto capire in 5 mesi. Non potrei stare senza l’incognita del non sapere chi incontrerai durante la giornata. Non potrei stare senza riversare emozioni e creatività in un articolo, senza la fatica e la magia di rintracciare una persona della quale possiedi solo nome e cognome. In questo il web è una manna dal cielo: hai il nome, ti attacchi in rete un po’ e dopo mezz’ora se sei fortunato ci stai già parlando. Vi racconto questa, un’avventura che parla di routine e di come la routine del giornalista possa essere la cosa più entusiasmante. Al mattino, prima di andare a lavorare in tv, mi trucco. Non l’ho sempre fatto. Ora lo faccio sempre perchè quel giorno ringraziai di essere ben vestita e truccata.

Ore 10. entro in redazione a TvA. Il mio capo mi dice: “Vai qua, fai questo e questo e poi alle 12 ti mando ad intervistare…. Paulo Coelho!” Mi sono messa a ridere e gli ho risposto “Ok, raccontala più grossa”. Era vero. Dopo due ore ero al fianco di Coelho. Peccato che quel giorno non rilasciasse interviste.

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Pensando ai giovani che si vogliono affacciare a questo mestiere oltre a questa passione sfrenata, che è il requisito numero uno, consiglio umiltà, orecchie bene aperte e un’attitudine ad assorbire come spugne tutto (TUTTO)  quello che fanno/ vi insegnano i vostri capi e colleghi che hanno più esperienza di voi. Serve saper stare in mezzo alla gente, parlarci, portare comunque sempre rispetto per gli altri, mantenere la parola. Io consiglio tanta gentilezza e zero competizione e invidia, tutti possono essere tuoi alleati. La curiosità dovrà essere il vostro pane quotidiano e più sarete curiosi più lo diventerete, più riuscirete ad andare in profondità nelle cose. Serve fare un percorso di studi che ti insegni che cosa sia il giornalismo? Aiuta ma non basta. A lavorare si impara, per fortuna e purtroppo, solo sul campo.

E’ vero che oggi si fa giornalismo imparando a gestire la comunicazione e il linguaggio sui diversi canali (tv, internet, social media, blog, carta stampata, …)? Un giornalista oggi deve padroneggiare questi diversi strumenti?

Più strumenti sa padroneggiare un giornalista, più visibilità avrà. Coi tempi che corrono è fondamentale ma non vitale. Vitale secondo me piuttosto è fare no bene, benissimo, ciò che fai. Tra barcamenarsi e il fare più o meno un po’ tutto così così e fare poche cose fatte bene non so cosa sceglierei. Io cerco di fare non tantissime cose ma al mio meglio. Sul blog Paolo sai già i dubbi che ho e te li ho elencati prima di iniziare l’intervista 🙂 Tv e carta stampata sono due tipologie di giornalismo molto diverse tra loro, sono proprio due linguaggi diversi, ognuno con i loro pro e contro, ognuno con la loro grammatica e il loro target di pubblico. Per quanto riguarda la tv ad esempio, se mi parli di commistione di capacità, sono sempre più frequenti i giornalisti reporter, quelli che escono con la loro piccola telecamerina e fanno tutto: con una mano reggono il microfono per l’intervista, con l’altra riprendono. Entrano in redazione, scrivono il pezzo e provvedono anche al montaggio. Loro hanno un valore aggiunto perchè riescono a confezionarsi il prodotto finito. Ne va della qualità rispetto ad un prodotto creato da diverse professionalità, ognuno competente nel suo, ovvero giornalista, cameraman e magari montatore? Su questo potremmo starne a parlare per delle ore.

Già… e guardando i giornalisti oggi sembra che debbano non solo produrre contenuti e opinioni ma anche “pubblico”, nel senso di avere dei followers che ne confermino la statura e l’autorevolezza del proprio punto di vista…senza dimenticare che oggi grazie a internet, tutti i giornalisti sono sottoposti al confronto diretto con i lettori molto più di ieri, cosa ne pensi?

Ti rispondo con un esempio: Selvaggia Lucarelli. Giornalista perchè scrive su Libero, regina indiscussa dei social. Lei la sua credibilità se l’è creata e giocata tutta così. Scrive su facebook una frase come: “Allora Leon, (che è il figlio) com’era questa pinacoteca che hai visto con la scuola? Mah, molti quadri di frutta morta” e riceve una cosa come QUATTROMILA E QUATTROCENTO Mi Piace. Ora, io posso capire tutto, ma questo mi sembra un lampante esempio di una personalità/opinionista che produce molto pubblico producendo molto poco contenuto. Chiediamoci, è questo che deve fare un giornalista? Ti rispondo io: assolutamente no! Servono opinioni approfondite, che posino la loro base sui fatti. Ti risponde Oriana Fallaci: “Il giornalista deve esistere non per soddisfare banali curiosità, non per alimentare il pettegolezzo o per divertire: deve esistere per aiutare le persone a trovare o mantenere la propria dignità, per combattere la propria ignoranza, per difendere se stessi”. Che questo piaccia o meno ai followers, direi che è un problema loro. Quindi bisogna sempre vestirsi di oggettività senza raccontarsi mai? Credo nemmeno questa sia la via giusta, anzi, è vero l’esatto contrario. Sempre la Fallaci: “La vera scuola dello scrittore è la vita stessa, a incominciare dalla propria. E, dato che il suo lavoro principale è osservare la vita, a incominciare dalla propria, non separa mai la vita personale dal suo lavoro. Non stacca mai: il mio lavoro è meraviglioso, ammesso che venga affrontato non come un mestiere, ma come una missione”.

Un altro esempio di lavoro come “missione” totale e avvolgente. E’ questo il nostro presente/futuro?

Se volete contattare Lara ecco i suoi link:

la mia pagina Facebook: https://www.facebook.com/lara.lago (è vero che è solo per gli amici e non pubblica, ma accetto tutti coloro che mi scrivano il perchè vogliano diventare miei amici virtuali. Se mi rispondono “per guardare meglio le tue foto” non sempre accetto. Ho detto non sempre.)

IL SEME DELLA CURIOSITA’

“abbiate rispetto della vostra curiosità!”….la curiosità è un seme, cade sul campo e va innaffiata, se poi sboccerà una rosa, una spiga di grano o un’idea geniale, oggi, domani o tra qualche anno, merita di essere innaffiata, giorno dopo giorno…

E SE APRISSI UN NEGOZIO?

starbucks-concept-storeSembra che molti giovani, terminati gli studi e vista l’aria che tira, anzichè darsi alla ricerca di un lavoro si stiano ripensando negozianti, come se fosse più facile ma non è così: occorre sapere quello che si sta facendo. Che cosa serve per essere dei bravi negozianti?

c’era una volta un negozio…

C’era una volta un negozio nella mia città, ma c’è qualcosa di simile anche nella vostra città, che vendeva prodotti alimentari tipici, da asporto o da consumare all’interno dell’ampio locale. Prodotti buonissimi, di ottima qualità e in un punto perfetto del centro storico. Un locale con un nome evocativo che mi ha attirato fin dai primi giorni di apertura. Cucina: buonissima.

Purtroppo il locale non era affatto all’altezza del prodotto e tanto meno la gestione. Affidato a un pocopiùcheventenne moltopiùchescansafatiche, il posto era arredato in maniera misera, con una scelta di arredi errata (rispetto alla tradizione del cibo venduto) e senza alcuna indicazione invitante sui prodotti esposti in banchi frigo più tipici di una macelleria che di un locale caratteristico. Quando chiedevo al ragazzo-gestore di spiegarmi i prodotti mi rispondeva annoiato per monosillabi.

Il cibo era ottimo, i prezzi anche, era un piacere comprare da mangiare lì, un po’ meno restare lì a mangiare. E i tavoli restavano vuoti e il ragazzo solo, ma non sembrava un problema per lui perchè che ci fossero clienti o no, l’ho sempre visto intento a chattare al computer piuttosto noncurante di quel che gli stava intorno. Finchè il locale all’imprivviso ha chiuso. Mi sembra non sia durato un anno.

Ancora adesso avrei voglia di mangiare quelle cose e se penso al locale e alla gestione prima sorrido per il modo assurdo con cui veniva portato avanti e poi mi domando che fine abbia fatto quel tipo. E soprattutto mi chiedo: avrà mai capito perchè il locale ha chiuso?

DA HERMES AL RESTO DEL MONDO

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Sapete chi è Jean Claude Ellena? E’ il Naso creatore di profumi per la maison di moda Hermes. Purtroppo non lo conosco di persona ma solo di fama e ne ammiro il lavoro; di recente ho letto il suo diario e mi sono trovato spiazzato nel leggere certe righe che mi hanno fatto domandare …un creatore ha bisogno di apprendistato? Il genio ha bisogno di essere aiutato? Di certo, chiunque ha bisogno di attenzione, soprattutto da giovane. Il talento va coccolato, come un bimbo nei primi anni di vita.

“Ho scelto il profumo per caso, o meglio è stato il profumo a scegliere me… ricordo che, adolescente, nel periodo in cui abitavamo a Nizza, mi ero cimentato per qualche mese col pianoforte, però nessuno si interessava del mio apprendimento. Fu diverso quando entrai a sedici anni negli stabilimenti Antoine Chiris a Grasse. Lì ho conosciuto donne e uomini che si sono interessati a me fin dall’inizio, che hanno guidato i miei primi passi; così sorretto, progredivo. Tutto catturava la mia attenzione… fu l’inizio dell’apprendistato: è così che mi sono costruito”.

(tratto da Viaggio sentimentale tra i profumi del mondo, di Jean-Claude Ellena)

COSA VUOL DIRE AVERE PASSIONE (E TRASFORMARLA IN LAVORO)

Ecco una storia davvero interessante da più angolazioni (di Marina Sogliani, qui trovate il link completo): ci dice qualcosa del mondo globale, qualcosa del nostro pianeta e soprattutto di come dalle passioni più particolari può nascere un mestiere prezioso e ricercato.
La chiave del futuro è inventare nuovi mestieri, lasciamoci ispirare da qualcosa di positivo.

L’inglese che salva i formaggi dal rischio estinzione

di Marina Sogliani

Non solo i panda o le tigri di Sumatra: anche formaggi come la provola iblea o il formadi frant friulano rischiano l’estinzione. Una lista completa delle “specie in pericolo” non esiste ancora, ma c’è già chi ha fatto del salvataggio caseario una vera e propria professione. L’inquadramento è quello del super-intenditore con vocazione da Noè dei formaggi. Ad oggi ne esiste un unico esemplare: si chiama Jason Hinds, inglese. Non a caso è stato ingaggiato da Slow Food per la fiera Cheese 2013, il 20 settembre a Brà (Cuneo).

Selezionerò un campione dei formaggi maggiormente in pericolo” spiega Hinds. “Faremo il possibile per salvarli”.

Ma cosa vuol dire salvare un formaggio?

Qui occorre fare un passo indietro. All’epoca in cui Hinds aveva appena 5 anni, e accompagnava la mamma al supermercato.

 “Non ero un bambino normale. Agli altri piacevano i dolci. Io a 5 anni spendevo la mia paghetta settimanale interamente in formaggi. A 10 ero io a occuparmi della spesa dei formaggi per la famiglia. A 14 anni non mi rifornivo già più al supermarket ma in negozi specializzati”.

Negli anni dell’università, Hinds si nutre quasi esclusivamente di formaggi. Colleziona specie rare, soprattutto inglesi.

“Fu allora che mi imbattei nel Keens Cheddar, la specie di Cheddar più originale e autentica che esista: all’epoca, erano gli anni ’80, stava rischiando l’estinzione. Il mercato inglese era invaso da formaggi standardizzati, insapori, prodotti su grande scala, mentre il formaggio autentico, confezionato in modo tradizionale dal produttore originario, con il latte e dal terreno originario, stava per sparire dal mercato”.

Cosa fa allora Hinds? Quello che ha sempre fatto. Compra più formaggio che può.

Volevo salvarlo. Ho iniziato a parlarne in giro, a rivendere il formaggio nei circoli ristretti degli intenditori. L’ho fatto con il Keens Cheddar, e poi con altri formaggi, non mi sono più fermato”.

Hinds visita i produttori, seleziona con la lente i lotti migliori, li compra e li vende a clienti sparsi per il mondo, da New York a Dubai. In 21 anni ha trattato circa 200 specie di formaggi (sulle 2000 esistenti). Non è riuscito a salvarle tutte.

“Qualche produttore va in pensione, qualche formaggio proprio non riesci a venderlo” spiega.

Ma di una cosa è sempre convinto: che per salvare un formaggio “bisogna comprarlo”. 

“Non bastano le campagne di sensibilizzazione” secondo Hinds. “Slow Food serve, ma ci vuole anche qualcuno disposto a investire nel prodotto, nella sua forma tradizionale. In Inghilterra e negli Usa ce ne siamo accorti prima, perché le degenerazioni consumistiche sono state più rapide che in Italia o in Francia, dove il processo è più lento e meno visibile ma c’è, e riguarda anche formaggi apparentemente al sicuro come il parmigiano reggiano. Da noi i consumatori hanno già toccato il fondo: adesso da Losa Angeles a Londra stiamo assistendo a una riscoperta importante dei formaggi tradizionali, inglesi e non solo, una rivoluzione, che fa ben sperare per il futuro”.

COINVOLGIMENTO E CONDIVISIONE

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Ho un’amica che mi sta parlando di una nuova avventura in cui si vuole lanciare, un blog, un blog molto personale. Non è un’aspirante scrittrice nè una fotografa, è semplicemente una persona calda e solare che vuole condividere alcuni concetti sull’alimentazione e i comportamenti “bio” che giorno dopo giorno sta scoprendo e amando. E semplicemente vuole trasmetterli a…chi li vorrà ricevere.

Cosa ne nascerà? Chi lo sa! Le strade sono ampie e varie ma una cosa è certa: mettere passione e tenacia in quello che si fa è fondamentale, aggiungervi la capacità di coinvolgere e aver voglia di condividere con gli altri sono 2 requisiti altrettanto basilare nel 2013.

Non si fa più nulla da soli, l’uomo non è un’isola e il dialogo/confronto con gli altri aiuta tutti, condividendo conoscenze, esperienze, idee. L’unione fa la forza, in ogni progetto.

GIOCO DI RUOLO #2, DI CHE STOFFA SEI FATTO?

971570_10151620431167305_874865996_nSe nel precedente post abbiamo visto come ad ogni ruolo corrisponde un grado variabile di: 1) capacità di guidare e influenzare gli altri, 2) capacità di visione e immaginazione, 3) autonomia, 4) proattività, 5) capacità di raggiungere un obiettivo prefissato, 6) dipendenza dagli altri, ora è utile capire che questi fattori si combinano in maniera differente secondo i principali ruoli che si possono ricoprire.

A prescindere dal settore o dagli studi (non mi stancherò mai di ripeterlo) i ruoli sono 4 e sono sempre gli stessi:

1) imprenditore: chi tende a perseguire una propria idea di business, è pronto ad accollarsi il rischio imprenditoriale, sa che per realizzare il proprio obiettivo ha bisogno del lavoro altrui, di mezzi e strumentazioni (alta capacità di guidare e influenzare gli altri, alta capacità di visione e immaginazione, buona capacità di raggiungere un obiettivo prefissato, buona proattività, bassa autonomia, bassa dipendenza dagli altri)

2) autonomo: chi esercita una professione derivante da un titolo conseguito o da una specializzazione, tende a lavorare da solo e a trattenere per sè il know how del proprio mestiere (alta proattività, alta autonomia, buona capacità di visione e immaginazione, buona capacità di raggiungere un obiettivo prefissato, bassa capacità di guidare e influenzare gli altri, bassa dipendenza dagli altri).

3) collaborativo/tecnico: chi è esperto in un ambito utile ad un gruppo di lavoro, all’interno di una azienda, uno studio professionale o una organizzazione, il suo lavoro tende al miglioramento della qualità del lavoro del gruppo o serve all’ampliamento delle aree di business (alta proattività, buona capacità di visione e immaginazione, buona autonomia, buona dipendenza dagli altri, bassa capacità di guidare e influenzare gli altri, bassa capacità di raggiungere un obiettivo prefissato).

4) dipendente/esecutivo: chi esegue un lavoro in maniera non esclusiva al’interno di un gruppo di persone, un’azienda, uno studio o una organizzazione senza accollarsi una particolare responsabilità della riuscita dell’impresa (alta dipendenza dagli altri, buona capacità di raggiungere un obiettivo prefissato, bassa capacità di guidare e influenzare gli altri, bassa capacità di visione e immaginazione, bassa proattività, bassa autonomia).

Nel momento della scelta, imparare a collocarsi in uno di queste posizioni è molto utile per POI pensare cosa studiare o come specializzarsi.

UN NUOVO TEST SULL’ORIENTAMENTO?

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Sul post precedente ho notato una cosa che non andava e l’ho detto, punto.

Il mio intento però è costruire, non distruggere, quindi provo a dire la mia su come vorrei un test sull’orientamento. Ehi! Se qualcuno di voi che legge sa che esiste già o sa come crearne uno, io dico…collaboriamo volentieri!

Come sviluppare un test sull’orientamento? Beh, io partirei da alcune considerazioni:

– per fare un buon orientamento si dovrebbero mettere in relazione tipologia di studi, settore di lavoro e professione;

– a volte i ragazzi sanno qual’è il settore in cui vogliono lavorare, a volte sanno quali studi vogliono fare a volte sanno qual’è il mestiere cui aspirano. Effettivamente faticano ad avere una visione d’insieme da queste 3 angolature.

Ecco, secondo me un buon test dovrebbe procedere così, “tridimensionalmente”, in modo da non restituire strade precostituite ma suggerire nuove visioni e nuovi orizzonti.

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