il mio domani

Home » Posts tagged 'globalizzazione'

Tag Archives: globalizzazione

KEEP CALM… AND GO TO LONDON!

italiayesitaliano

Vi capita di passare davanti ad una libreria e farvi catturare da una copertina? Ecco, certi avvistamenti non sono mai casuali, rispondono secondo me a sogni precisi, gusti personali o rappresentano delle vere e proprie porte girevoli e ancora non lo sapete.
Questo libro tocca il vecchio tema dell’andarsene dall’Italia in nome di un futuro migliore, maggiori opportunità, vita più serena.
L’assunto di base dell’autrice non fa una piega e suggerisce un approccio equilibrato all’argomento: “A Londra si vive peggio ma si sta meglio. Perché è un posto normale, è l’Italia a non esserlo”.
chi legge questo blog lo sa: io non sono d’accordo con chi pretende che la società o lo stato (???) garantiscano il lavoro sotto casa, per me nel mondo globale in cui siamo si può e a volte si deve andare dove il tuo mestiere è richiesto. Ecco allora una lettura utile per riflettere, soprattutto ora che arriva l’estate, stagione migliore per viaggiare ed esplorare nuove possibilità.

Annunci

ASPIRANTI AVVOCATI!

imaggesEhi! Aspiranti avvocati! Sapete com’è la situazione? Forse prima di imbarcarsi in un’avventura universitaria piuttosto pesante meglio capire un po’ cosa sta succedendo in Italia nel settore.

Personalmente è il secondo anno che mi viene chiesto di pensare un intervento per i Giovani Avvocati e facendo alcune ricerche nel settore ho trovato dei “buchi” che non credevo… come se il settore vivesse su un binario parallelo rispetto al resto del mondo imprenditoriale. Ma fare l’avvocato e avviare uno studio legale o entrarvi non è molto differente dal “fare impresa” più tradizionale. O pensate il contrario?

In questo link ci sono alcuni considerazioni importanti: il dito è già nella piaga e anche l’avvocatura vive nella globalizzazione. Meglio attrezzarsi per tempo!

COSA VUOL DIRE AVERE PASSIONE (E TRASFORMARLA IN LAVORO)

Ecco una storia davvero interessante da più angolazioni (di Marina Sogliani, qui trovate il link completo): ci dice qualcosa del mondo globale, qualcosa del nostro pianeta e soprattutto di come dalle passioni più particolari può nascere un mestiere prezioso e ricercato.
La chiave del futuro è inventare nuovi mestieri, lasciamoci ispirare da qualcosa di positivo.

L’inglese che salva i formaggi dal rischio estinzione

di Marina Sogliani

Non solo i panda o le tigri di Sumatra: anche formaggi come la provola iblea o il formadi frant friulano rischiano l’estinzione. Una lista completa delle “specie in pericolo” non esiste ancora, ma c’è già chi ha fatto del salvataggio caseario una vera e propria professione. L’inquadramento è quello del super-intenditore con vocazione da Noè dei formaggi. Ad oggi ne esiste un unico esemplare: si chiama Jason Hinds, inglese. Non a caso è stato ingaggiato da Slow Food per la fiera Cheese 2013, il 20 settembre a Brà (Cuneo).

Selezionerò un campione dei formaggi maggiormente in pericolo” spiega Hinds. “Faremo il possibile per salvarli”.

Ma cosa vuol dire salvare un formaggio?

Qui occorre fare un passo indietro. All’epoca in cui Hinds aveva appena 5 anni, e accompagnava la mamma al supermercato.

 “Non ero un bambino normale. Agli altri piacevano i dolci. Io a 5 anni spendevo la mia paghetta settimanale interamente in formaggi. A 10 ero io a occuparmi della spesa dei formaggi per la famiglia. A 14 anni non mi rifornivo già più al supermarket ma in negozi specializzati”.

Negli anni dell’università, Hinds si nutre quasi esclusivamente di formaggi. Colleziona specie rare, soprattutto inglesi.

“Fu allora che mi imbattei nel Keens Cheddar, la specie di Cheddar più originale e autentica che esista: all’epoca, erano gli anni ’80, stava rischiando l’estinzione. Il mercato inglese era invaso da formaggi standardizzati, insapori, prodotti su grande scala, mentre il formaggio autentico, confezionato in modo tradizionale dal produttore originario, con il latte e dal terreno originario, stava per sparire dal mercato”.

Cosa fa allora Hinds? Quello che ha sempre fatto. Compra più formaggio che può.

Volevo salvarlo. Ho iniziato a parlarne in giro, a rivendere il formaggio nei circoli ristretti degli intenditori. L’ho fatto con il Keens Cheddar, e poi con altri formaggi, non mi sono più fermato”.

Hinds visita i produttori, seleziona con la lente i lotti migliori, li compra e li vende a clienti sparsi per il mondo, da New York a Dubai. In 21 anni ha trattato circa 200 specie di formaggi (sulle 2000 esistenti). Non è riuscito a salvarle tutte.

“Qualche produttore va in pensione, qualche formaggio proprio non riesci a venderlo” spiega.

Ma di una cosa è sempre convinto: che per salvare un formaggio “bisogna comprarlo”. 

“Non bastano le campagne di sensibilizzazione” secondo Hinds. “Slow Food serve, ma ci vuole anche qualcuno disposto a investire nel prodotto, nella sua forma tradizionale. In Inghilterra e negli Usa ce ne siamo accorti prima, perché le degenerazioni consumistiche sono state più rapide che in Italia o in Francia, dove il processo è più lento e meno visibile ma c’è, e riguarda anche formaggi apparentemente al sicuro come il parmigiano reggiano. Da noi i consumatori hanno già toccato il fondo: adesso da Losa Angeles a Londra stiamo assistendo a una riscoperta importante dei formaggi tradizionali, inglesi e non solo, una rivoluzione, che fa ben sperare per il futuro”.

MA TU CHE LAVORO FAI?

quale mestiereOggi uno dei ragazzi detenuti all’Istituto Penale Minorile mi ha chiesto ma tu che lavoro fai? L’orientatore (parlare di outplacement e coaching sarebbe stato troppo complesso); e ti pagano per questo? …

Ottima domanda, magari ce la si ponesse più spesso, no?

Di solito ci facciamo un’idea vaga della redditività di un mestiere in base a quello che si sente dire in giro, oppure si guarda come è vestito o che auto guida o che casa ha una persona e a partire da questo ci si fa un’idea di quanto si possa guadagnare con il lavoro che fa. Ma non è il modo giusto.

Spesso i ragazzi nella valutazione della scelta universitaria e professionale mi chiedono di indicare loro un lavoro ben pagato o almeno un’università che garantisca un’entrata soddisfacente…e allora procediamo con ordine.

Un lavoro è ben pagato se:

– c’è richiesta;

– la gente è disposta a pagare per quello che offri.

Tutto qui? Beh non è poco. La richiesta dipende dal bisogno reale (c’è richiesta di tanti servizi o prodotti ma è una richiesta superficiale, apparente. La richiesta è concreta quando si è disposti a pagare per quello che offri).

Quindi le domande da porsi sarebbero:

– a che serve quello che sai fare?

– Ci sono prodotti alternativi a quello che offri?

– Quello che offri in quale parte del mondo serve (siamo in un mondo globale no?)?

– Chi compra quello che offri (sempre più spesso chi compra è una persona diversa da chi usa quello che offri)?

– Il prezzo richiesto è giusto per chi compra e, soprattutto, per garantirti il tuo guadagno ogni mese?

Domande non facile, ma comunque da porsi.

Se da questi quesiti hai la sensazione che non hai nulla di interessante da offrire o che non ci sia abbastanza mercato per quello che hai in mente, beh, forse è il caso di approfondire e pensare ad un piano B, magari qualcosa che possa completare quello che hai in mente.

E IO VADO ALL’ESTERO

leaving

Avete mai pensato di andare all’estero? Tra quelli che hanno fatto esperienze all’estero, quanti sono tornati e hanno trovato più soddisfazione in Italia che fuori?

Una volta decidere di bruciare la laurea e inventarsi un futuro diverso da quanto avevano pensato, progettato e preimpostato i genitori era un gesto rivoluzionario, oggi è rivoluzionario chi senza pensarci due volte parte per paesi sconosciuti per fare il lavoro che in Italia non gli fanno fare. Insomma, è rivoluzionario fare come i nostri nonni. Loro sono partiti per il Belgio, l’America, l’Australia, la Germania, noi potremmo partire per la Cina, il Vietnam, la Russia.

E’ proprio vero: la vita va per cicli.

Solo questa settimana ho salutato tre persone che stanno per raggiungere Paesi più o meno lontani dove possono fare ciò che amano fare, il lavoro per cui si sono preparati. E’ giusto? Non è giusto? Dipende direbbe qualcuno.

Se vai a fare l’architetto in un paese emergente perchè ti piace viaggiare allora sembra giusto, se vai all’estero perchè qui non ti assumono allora sembra ingiusto. Secondo me le cose dovrebbe essere viste da un’altra prospettiva: se il lavoro che vuoi fare ti piace veramente, vai dove sai di poterlo fare bene, imparare di più, crescere in esperienza e soddisfazione. Da questo punto di vista, non ci sono nè barriere nè confini, ci sono solo opportunità da cogliere. Se invece ragioni partendo dal fatto che ti sei laureato, sei italiano ed è giusto che tu adesso trovi lavoro qui, allora sarà un cammino lungo e poco piacevole. Ho incontrato molti professionisti adulti e molti neolaureati, la sensazione più evidente è la differenza tra chi ha non ha esitato ed è partito per mettersi alla prova creandosi nuovi orizzonti e chi si è impantanato tra pretese, ripicche e polemiche.

Non so se partire sia giusto o no, non so se valga per tutti indistintamente.

Io ho la valigia sempre pronta.

SI DICE IN GIRO… #1

Generation jobless, il ritratto (impietoso) dell’Economist | La nuvola del lavoro.

E voi cosa ne pensate?

IL PUNTO DI PARTENZA E’ QUESTO

Il punto di partenza è questo: il mondo sta cambiando, ci sono bisogni nuovi all’orizzonte e ci sono vecchi oggetti e vecchi servizi che non servono più a nessuno. Nel cambiamento in cui siamo inseriti, nella globalizzazione in cui ci troviamo e di cui tutti godiamo (seriamente, guardiamo le etichette e la provenienza dei prodotti e servizi che ogni giorno usiamo prima di dire no), la domanda giusta da farsi è: io chi voglio essere? Che ruolo voglio avere in tutto questo? Come voglio essere utile? Quali problemi so risolvere? A chi posso essere utile? A chi possono essere utili le mie esperienze? A chi servono i miei studi? Il mondo cambia e se vogliamo far parte del cambiamento occorre porsi certe domande. Anche e soprattutto se vogliamo modificare questo cambiamento e renderlo più bello, più umano, più vivibile, più equilibrato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: