il mio domani

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KEEP CALM… AND GO TO LONDON!

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Vi capita di passare davanti ad una libreria e farvi catturare da una copertina? Ecco, certi avvistamenti non sono mai casuali, rispondono secondo me a sogni precisi, gusti personali o rappresentano delle vere e proprie porte girevoli e ancora non lo sapete.
Questo libro tocca il vecchio tema dell’andarsene dall’Italia in nome di un futuro migliore, maggiori opportunità, vita più serena.
L’assunto di base dell’autrice non fa una piega e suggerisce un approccio equilibrato all’argomento: “A Londra si vive peggio ma si sta meglio. Perché è un posto normale, è l’Italia a non esserlo”.
chi legge questo blog lo sa: io non sono d’accordo con chi pretende che la società o lo stato (???) garantiscano il lavoro sotto casa, per me nel mondo globale in cui siamo si può e a volte si deve andare dove il tuo mestiere è richiesto. Ecco allora una lettura utile per riflettere, soprattutto ora che arriva l’estate, stagione migliore per viaggiare ed esplorare nuove possibilità.

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STUDIARE BENE … E FUORI SEDE

In uno dei primi incontri con gli studenti organizzato in un liceo tempo fa ho incontrato un ragazzo sveglio, Riccardo, un tipo pratico e determinato. Quando in un’aula magna piena di giovani qualcuno spicca, vuoi per le domande intelligenti, vuoi per il piglio sveglio e a suo agio parlando del futuro, vale la pena approfondiresecondo me. Credo inoltre valga la pena sentire l’esperienza di un brillante studente universitario, non un nerd, che ha scelto di andar via da casa per studiare al meglio e al tempo stesso parlare schiettamente di quegli aspetti che preoccupano ragazzi e genitori quando si tratta di trasferirsi per studiare,…giusto per chiarirsi le idee e dire le cose come stanno. Cominciamo con le presentazioni.

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Ciao a tutti, mi chiamo Riccardo, ho 23 anni e sono originario di Treviso. Ho frequentato il Liceo Classico “A. Canova” di Treviso con indirizzo sperimentale linguistico e al termine dei miei studi liceali, anche a fronte di un buon percorso nell’istruzione superiore, mi è stata data la possibilità di studiare presso la facoltà a numero chiuso di Economia alla LUISS “Guido Carli” di Roma, l’università di Confindustria. A luglio, dopo 2 anni e 9 mesi dall’inizio del mio percorso universitario ho completato con successo quella che considero la prima tappa triennale e, grazie al mio voto di laurea (108/110), a partire da Settembre 2013 sono stato ammesso di diritto al corso specialistico in lingua inglese di Management. Oggi come oggi quindi sono ormai tre anni e mezzo che vivo e studio nella Capitale.

Complimenti, rapido e tagliato. Come è stato il passaggio dalle superiori all’università e come è stato andare fuori casa per l’università?

Il salto dalla scuola superiore all’università nel mio caso specifico ha conosciuto una serie di difficoltà che in un primo momento, erano state offuscate dall’entusiasmo di poter andare a vivere in una metropoli, dalla possibilità di conoscere persone nuove e interessanti e soprattutto dalla voglia di mettermi in gioco in un contesto molto più ampio della provincia. Dal punto di vista delle differenze didattiche tra liceo e università l’elemento chiave credo sia il cambio nel modus operandi dello studente: se al liceo lo studio era “guidato” e frazionato dalle verifiche programmate settimana per settimana dal docente, all’università, invece, lo studio diventa pura questione di organizzazione personale. Di fatto si tratta di programmarsi in vista delle scadenze rappresentate dalle date dei singoli esami, bilanciare con criterio le ore di studio da dedicare ai diversi corsi del semestre senza però trascurare la propria vita sociale ma, anzi, il network sociale che si può creare nel contesto dell’università credo sia, assieme alla buona preparazione, uno degli elementi cruciali per un futuro ricco di prospettive e differenti opportunità, qualsiasi sia la facoltà scelta. Sempre in tema di didattica un altro scoglio potrebbe essere rappresentato dalle lezioni: frammentate e molto spesso sparse alla rinfusa durante la settimana. Dall’entusiasmo iniziale che normalmente porta in aula tutti gli iscritti del corso, spesso, si passa in breve tempo ad una situazione di lassismo diffuso per cui l’affermazione più sentita è “che ci vado a fare in aula? Tanto non seguo, tanto il prof segue il libro, tanto il prof non sa spiegare..”, tuttavia mi sento in dovere di dire per esperienza personale che, al di là degli arcaici metodi didattici di molti atenei italiani, la frequenza è spesso legata ad un buon risultato finale: la vera perdita di tempo, sia per un discorso di scarsa produttività che di mancato social networking, è quella di rimanere a casa promettendosi vanamente di studiare ciò che il professore farà a lezione.

Dal punto di vista umano invece, decidere di frequentare un’università distante da casa ha comportato una serie di avversità legate al nuovo ambiente, alla lontananza dalla famiglia e alla inevitabile necessità di “cominciare da zero“ a livello sociale. In questo senso, quindi, nel Settembre 2010, dopo un mese e mezzo di relax post-diploma, ho dovuto attivarmi prima di tutto per trovare un posto dove dormire (e credetemi, seppur Roma sia una metropoli non è così facile trovarne uno a ad un prezzo onesto e soprattutto sufficientemente collegato con la sede dell’università). Il passo successivo, durante i primi mesi è stato quello di adattarsi al un nuovo contesto, differente per dimensioni, per stile di vita ma soprattutto carente di tutte quelle piccole attenzioni che dipendono strettamente dalla presenza fisica della propria famiglia. Infine, dopo un primo ambientamento è arrivato il momento di stabilire dei legami di amicizia forti e sinceri in grado di far venir meno le difficoltà legate alla distanza da casa e dagli affetti: nonostante l’era digitale e le infinite possibilità di comunicare a distanza, l’appoggio di una persona che condivide e comprende le tue difficoltà universitarie, e non solo, è la chiave di volta per potersi sentire a proprio agio nel nuovo contesto. Io in tal senso sono stato molto fortunato e oggi come oggi posso contare su una rete di amicizie vasta sia dal punto di vista geografico che numerico, una sorta di seconda famiglia che perfino durante la pausa estiva non riesco a trascurare.

In sostanza, il prezzo da pagare per il salto universitario, a maggior ragione se lontano da casa, non posso nascondere sia abbastanza alto ma, d’altro canto, la soddisfazione che può dare l’idea di sapersi autonomi e maturi, capaci di affrontare nuove sfide con la sola propria forza interiore, credo ripaghi con tanto di interessi tutti gli sforzi e le difficoltà iniziali.

Sono assolutamente d’accordo con te. Ti ascolto parlare e penso a quanti sentendoti potrebbero a maggior ragione preoccuparsi perché metti in evidenza proprio un punto cruciale: bisogna sentirsi dentro la voglia di mettersi alla prova, da soli e lontani da casa. E poi ci sono altri due fattori che alimentano dubbi e domande: la dimensione della città dove si sceglie di andare e la scelta tra università pubblica e privata. Consiglieresti una grande città per studiare e per lo più in un’università privata?

La mia risposta è un doppio sì: sì alla grande città, ancor meglio se all’estero e sì, con riserva, all’università privata.

La grande città, al netto degli aspetti negativi quali traffico, caos, frenesia e chi più ne ha più ne metta, offre una serie di possibilità lavorative e dinamiche socio-culturali che solamente chi la vive giorno per giorno può cogliere e apprezzare veramente. Se a questo mix esplosivo si aggiunge l’elemento estero allora non si può che migliorare. Come dicevo prima, all’inizio costa sacrificio adattarsi ma dopo qualche tempo la sensazione è chiara e netta: ci si rende conto di essere un passo avanti rispetto ai coetanei rimasti in provincia, sia umanamente che culturalmente. Perciò, se economicamente è fattibile, credo sia un’esperienza da fare. Per quanto riguarda l’università privata la mia riserva sta nella tipologia. Mi spiego meglio. Come nell’ambito pubblico, e forse in maniera ancora più accentuata ci sono università di prestigio differente e questo prestigio non è solo frutto di una buona campagna pubblicitaria ma di differenti parametri tra cui la qualità della ricerca, lo standard degli studenti ammessi, la considerazione delle imprese verso i neo-laureati e i risultati professionali raggiunti dagli stessi laureati dell’ateneo: in tal senso è significativa e di pochi giorni fa la notizia della nomina di un ex alunno LUISS a capo dell’area finanziaria di Apple. Tuttavia, mi sento di consigliare un’attenta valutazione degli elementi fondamentali dell’offerta universitaria senza farsi fuorviare dalle solite trite e ritrite tecniche di comunicazione commerciale. Come al solito, se poi si guarda all’estero – e il mio consiglio è quello di farlo fin da subito – la forte demarcazione tra ateneo pubblico e privato viene meno. Probabilmente perché dal punto di vista culturale all’estero sono abituati a un po’ più di uniformità tra le eccellenze del settore privato e le eccellenze del settore pubblico. Il prossimo semestre avrò la fortuna di passarlo in Canada, presso l’HEC Montreal: questo per dire che l’esperienza internazionale prima o dopo, breve o lunga che sia, è una di quelle cose necessarie per crescere dal punto di vista personale e per potersi poi inserire nel mondo del lavoro con maggior facilità.

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cosa ti sembra che offra in più l’università privata rispetto alla pubblica?

L’università privata è in grado di offrire un più alto livello di network e rapporti con le imprese, organizzazione interna, metodo e qualità di insegnamento e contesto competitivo sfidante. Mentre il fattore networking è legato all’elemento del prestigio, il fattore organizzativo credo sia legato al numero chiuso e al solito vizietto italiano di gestire bene ciò che è privato e gestire meno bene ciò che è pubblico. Per quanto riguarda invece il metodo didattico, specialmente ora che sto frequentando un corso magistrale in inglese, posso dire che le metodologie si avvicinano sensibilmente alle stesse utilizzate nelle più prestigiose università anglosassoni (teamworks, business cases analysis, presentations, partecipazione valutata e seminari interni con luminari della materia e rappresentanti aziendali). E poi c’è il contesto competitivo e altamente sfidante che si respira fin dai primi mesi e che con il tempo si incamera in maniera inconscia nel proprio modus operandi: tutto ciò che si fa, partendo dal risultato degli esami fino ad arrivare a certificazioni esterne e stage formativi, tutto, è svolto con un particolare occhio di riguardo al percorso post-universitario. Il mondo del lavoro fin dal primo anno, viene fatto percepire dai professori come “dietro l’angolo” e proprio per questo viene spesso fatto passare il messaggio di “non farsi trovare impreparati”. Da tale contesto attento ai minimi particolari è evidente che nasca una sana competizione tra gli studenti, spinti a fare sempre di più per non essere da meno del collega di corso percepito come potenziale avversario nella ricerca di un buon posto di lavoro. E tale competizione, finché rimane corretta e sincera, non può far altro che alzare l’asticella nel livello di preparazione degli studenti.

Beh, sembra un ottimo lavoro. Le cose che dici difficilmente mi fanno pensare all’università pubblica. Soprattutto quando parli di organizzazione e di connessione università-mondo del lavoro. Questo secondo aspetto merita più attenzione secondo me nella scelta dell’ateneo, ancor di più se è privato.

Per l’ambiente in cui studio, ho sempre percepito una certa prossimità tra le due. Mi spiego meglio. Le aziende in LUISS si fanno spesso vedere con seminari interni ai corsi, organizzando meeting di discussione e business game. Spesso questo genere di eventi sono anche buone occasioni per poter entrare in contatto diretto con l’azienda stessa e capire che tipo di persone cercano e che tipo di formazione si aspettano. Tuttavia, nonostante questa percettibile presenza appare sempre più difficile arrivare a ottenere anche solo un posto da stagista presso la multinazionale di turno. Infatti, a fronte di una singola posizione di stage aperta l’azienda può trovarsi a vagliare migliaia di curriculum di studenti in gamba. Tutto ciò è il chiaro sintomo che la competizione sul mercato del lavoro è fortissima, soprattutto se si vuole entrare a far parte delle più note aziende sul panorama nazionale e internazionale. Di conseguenza mi sento di dire che in un mercato del lavoro come quello italiano, dove l’offerta di posizioni lavorative valide è nettamente inferiore alla domanda di tali posizioni, esso risulta insufficiente o comunque resta confinato a pochi “eletti”. Il mio consiglio perciò è quello di capire il prima possibile cosa si vuol fare e poi, di conseguenza, essere capaci di accumulare esperienza pratica e teorica al riguardo, non soffermandosi solamente su quello che viene detto a lezione. La mia breve esperienza mi ha già insegnato che al giorno d’oggi la formazione è un concetto molto più ampio della semplice università frequentata.

Concordo in pieno. Rispetto a quel che vuoi fare “da grande”, ti sembra quindi che l’università ti stia fornendo quel che ti serve o cosa pensi che dovrai procurarti “fuori” dagli studi università?

E’ evidente che l’università non è in grado di darmi proprio tutto ciò di cui necessito e sono anche convinto che non sarà mai in grado di farlo con nessuno, pubblica o privata che sia. Credo che la formazione di una persona debba essere strettamente legata a ciò che vuole fare, a ciò che lo appassiona e al genere di persona che vuole essere un domani.

Parlando del mio caso, posso dire che ho preso la strada del Management aziendale è vero, ma cerco sempre di arricchire il mio bagaglio culturale nell’ambito della tecnologia e dell’imprenditorialità: da qualche mese sto pensando di di frequentare qualche corso base di programmazione informatica e sto seguendo dei seminari sull’innovazione e la website usability; seppur ancora allo stato embrionale, con alcuni amici stiamo portando avanti un progetto imprenditoriale nell’ambito dell’e-commerce. Parallelamente gioco nella squadra di calcio della mia università e ricopro il ruolo di responsabile delle attività sportive della residenza universitaria in cui vivo. Insomma, cerco di variare e dedicarmi a tutto ciò che mi possa far crescere come persona e di conseguenza come futuro professionista.

Sono d’accordo, fare e conoscere cose diverse aiuta a completarsi come persona e professionista. Se poi si apprende giocando, è il miglior modo per crescere. Ogni esperienza arricchisce e completa. Soprattutto quelle lavorative. So che sai già cosa vuol dire studiare e lavorare contemporaneamente, lo consiglieresti a chi è più giovane e perchè?

Sì, durante il percorso triennale mi è già capitato di lavorare sia da barista, durante il periodo estivo, e anche come student ambassador per il centro orientamento della mia università e per Bnp Paribas. L’esperienza da barista mi ha insegnato molto e soprattutto che, al di là delle conoscenze teoriche, ciò che conta poi sono i fatti, la pratica: è giusto approcciarsi alle cose da fare ragionando e cercando il migliore dei modi ma alla fine ciò che rimane è solo ciò che si è fatto. Dall’altro lato, le esperienze come student ambassador sono state in special modo un bel banco di prova per mettere in gioco e migliorare le mie capacità relazionali. Entrambe hanno come comun denominatore un inestimabile bagaglio esperienziale, una sorta di conoscenza pratica, difficilmente teorizzabile, che sono sicuro potrà tornarmi utile non appena entrerò a tutti gli effetti nel mondo del lavoro. Non posso che consigliare a tutti i ragazzi di cercare e provare un’esperienza lavorativa, poco importa dove, in ogni caso sono sicuro potrà dare una sorta di vantaggio competitivo rispetto ai coetanei che preferiscono spendere il proprio tempo in altra maniera. Ma non solo, l’esperienza lavorativa nel curriculum mette in risalto la volontà di misurarsi col mondo del lavoro e la volontà di apprendere in fretta come funzionano le cose al di fuori dell’aula. Meglio sempre avere anche solo una piccola esperienza lavorativa piuttosto che non averla proprio. Al termine di un discorso del genere la classica domanda è: dove si trova il tempo per fare tutto? Io, quando mi trovo “impicciato” in mille cose da fare cerco di ripetermi le parole del Prof. Alberto Onetti, startupper e presidente di un importante fondo di investimento:”Se pensate di fare qualcosa nella vostra vita dormendo sempre 8 ore a notte siete degli utopisti”.

Ah ah ah, verissimo. Essere svelti e organizzati conta, ma serve anche il tempo materiale! Vedo anche che sei presente su linkedin e hai anche un profilo ben fatto, lo usi? Lo consiglieresti? Ti ha contattato qualcuno?

Sono presente su LinkedIn ormai dal 2012 e all’epoca solo pochi studenti sapevano cosa fosse e quali fossero le sue funzionalità. Ad oggi, invece, mi rendo conto che sono sempre di più i miei colleghi universitari che sfruttano questo canale social dedicato al mondo del lavoro forse perché, in quanto studenti magistrali sentono come impellente l’esigenza di trovare un impiego o anche solo uno stage o tirocinio curriculare. Io sono sincero, lo uso sì ma saltuariamente: sostanzialmente quasi di mese in mese per tenere d’occhio eventuali offerte di stage interessanti. Lo consiglierei a tutti i ragazzi universitari perché è una buona vetrina ma soprattutto un buon modo per riuscire ad avere una visione d’insieme riguardo il numero e la tipologia delle offerte di lavoro. Ammetto che tramite LinkedIn non ho mai avuto l’opportunità di essere contattato da qualcuno ma posso supporre che questo sia dovuto a una mio basso utilizzo giornaliero di questo social. LinkedIn Forse non sarà la soluzione perfetta per trovare lavoro ma è sicuramente un ottimo strumento per tenere il polso della situazione sempre ben presente.

Si, capisco cosa dici, effettivamente Linkedin, ad oggi, in Italia è molto molto più utile per chi è già nel mondo del lavoro e cerca connessioni per cambiare o trovare lavoro. Per gli studenti è un’ottima pratica per capire come vanno le cose e soprattutto per fare network con i professionisti e le aziende e così proporsi anziché attendere di essere chiamati.

Prima di congedarmi volevo scusarmi se sono stato prolisso ma ritengo che alcune cose meritino una spiegazione precisa sennò si rischia di cadere in un banale pressapochismo. Infine, se qualcuno vuole contattarmi può farlo tramite twitter: @gobboriccardo. Oppure su LinkedIn: Riccardo Gobbo.

Grazie Riccardo e buona fortuna per i tuoi studi e il futuro.

DEDICATO AGLI ASPIRANTI ARCHITETTI E NON SOLO….

images In mezzo alle voci di coloro che vogliono venderci un ateneo o un corso di laurea, perchè non ascoltare una voce diversa, magari di qualcuno che ha fatto un’indagine, un approfondimento, senza alcun interesse personale o privato?

Ecco qualcosa di interessante (vedi link). Quando ci si chiede se una facoltà può dare sbocchi lavorativi meglio saperle certe cose: ad esempio il numero dei laureati che sforna rispetto alla popolazione italiana e la quantità di scambi con l’estero che richiede ai propri docenti e studenti.

NON VOLTARTI INDIETRO

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Sento storie di giovani che vanno all’estero e disegnano con soddisfazione una loro strada professionale e affettiva (matrimonio, casa, lavoro a tempo indeterminato, buon guadagno…) e poi, alla nascita di un figlio pensano di ritornare in Italia per dare al figlio “tutto quello che ho avuto io”. Argomento delicato, delicatissimo, ma mi chiedo se ha veramente senso questa inversione di rotta. E se quello che si è avuto in gioventù, da cui comunque si è scappati, sia davvero il meglio da offrire ad un figlio. Comprendo quelli che sono tornati in Italia a seguito di esperienze negative all’estero, ma chi ha avuto un’esperienza positiva, perchè si volta indietro? Scegliere l’instabilità, l’incertezza, le difficoltà, l’immobilismo per un presunto benessere, un amarcord dei propri ricordi, è davvero un’opzioni valida per il benessere del proprio figlio, della famiglia e di se stessi? Spingersi più in là, scoprire nuovi paesi non solo per turismo giovanile ma per cercare un luogo migliore per sè e per i propri cari, è una scelta di vera maturità.
 
Il benessere non è soltanto misurabile in termini di guadagno come negli anni 80-90, il benessere è la qualità della vita, reale, tangibile, diffusa.
Il benessere passa per i servizi e le strutture che un luogo offre, l’attenzione ai cittadini, soprattutto bambini, anziani e coppie giovani, si misura con i progetti sociali e culturali, con l’attenzione per l’ambiente e la meritocrazia sul posto di lavoro. Tutto questo è ben-essere e ben-vivere, tutto questo sono valori e concetti preziosi a cui noi tutti dovremmo aspirare, cercare, afferrare, fare nostri e non voltarci indietro.
Torneresti in una situazione arretrata? E perchè mettere tuo figlio nelle stesse condizioni?

COSA VUOL DIRE ANDARE ALL’ESTERO?

485175_10151420934662305_1313628850_nTempo d’estate, ho salutato un altro giovane amico in patenza per una grande capitale mondiale per un ciclo di colloqui di lavoro cercando di avere successo e soddisfazione con il proprio mestiere di grafico fino ad oggi mortificato in Italia. Mi è tornata alla mente una giovane laureata in Antropologia che all’interno di un dibattito organizzato in un liceo ha evidenziato come altrove questo mestiere sia “riconosciuto” mentre in Italia sembra che nessuno sappia nemmeno cosa sia.

I due episodi non sono così distanti.

Molti ragazzi mi chiedono se è giusto che debbano andare all’estero per lavorare, ma io credo che il discorso anzichè arenarsi nella sciocca pretesa secondo cui “io sono italiano e il lavoro devo trovarlo in Italia” dovrebbe essere portato su di un altro livello: o scegli di essere laddove il tuo studio e il tuo lavoro servono (ovunque sia, anche in Italia!) o scegli uno studio/lavoro richiesto nel territorio che hai prescelto come tuo luogo di vita. Personalmente trovo la seconda via impervia anche se all’apparenza sembra la più facile mentre la prima potrebbe riservare molte sorprese positive oltre che garantire una crescita umana e professionale. Ad ognuno la sua scelta.

OGNUNO E’ DIVERSO…E QUESTO E’ IL BELLO!

Un lettore mi fa notare che a scuola i temi dell’orientamento vengono affrontati “in modo superficiale e con lo scopo di rendere tutti uguali, senza esprimere una propria opinione e quando questa viene espressa, viene subito repressa”. Terribile no? Sicuramente non in tutte le scuole la situazione è questa, ne conosco alcune che invece sono molto attente alle esigenze dei singoli. Però il tema esiste, l’omologazione. Pensare che una soluzione di gruppo sia sufficiente per una somma di dubbi individuali è riduttivo. In gruppo si iniziano ad affrontare dei macroargomenti ma il fatto che ciascuno debba decidere cosa fare da grande non vuol dire che tutti hanno lo stesso problema nè che possa bastare una stessa soluzione.

Un giorno al termine di un incontro un ragazzo mi si è avvicinato e mi ha esposto il suo progetto: laurea in lettere per entrare nella scuola pubblica ad insegnare italiano. Piuttosto difficile realizzarlo no?, visto l’andamento della scuola pubblica italiana e le reali (im)possibilità di entrarvi in maniera stabile e soddisfacente in tempi ragionevoli. E allora abbiamo parlato a lungo della fattibilità della sua idea. Il giorno dopo ho incontrato un altro ragazzo che pure voleva laurearsi in lettere e insegnare italiano ma aveva capito che nella scuola pubblica non c’erano grandi speranze e stava pensando di continuare a studiare inglese e francese per essere pronto ad andare all’estero ad insegnare italiano e nell’attesa, durante l’università, si organizzava per insegnarlo in Italia agli immigrati. Non abbiamo avuto bisogno di approfondire molto: un piano ben organizzato, una doppia possibilità di utilizzo di uno stesso titolo, un’idea alternativa al servizio di chi realmente richiede la conoscenza dell’italiano. Ecco: la stessa scelta universitaria avrebbe portato ad esiti molto diversi ma i due ragazzi meritavano attenzioni differenti, approfondimenti individuali. Ognuno è diverso… e meno male!

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