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COLLOQUIO DI LAVORO

Mentre preparo una serata per genitori ho le antenne dritte per cogliere spunti, avvertimenti e consigli da trasformare in utili linee guida. L’attualità di certi articoli (vedi link) mi riporta indietro con la memoria ad altre situazioni già raccontate in questo blog (vedi il post “VITA VERA”), situazioni che girano tutte attorno ad un unico tema: insicurezza dei ragazzi ed eccesso di pretezione da parte dei genitori.

Tutti sappiamo che il miglior modo perchè un bimbo si ammali è tenerlo sempre eccessivamente protetto dal freddo, coperto o al coperto: appena mette il naso fuori di casa o si toglie il berretto si prende un accidente. Allo stesso modo, proteggere e accompagnare per mano un figlio in situazioni dove la maturità viene dedotta anche dal comportamento e dall’approccio, non è certamente un giusto modo di aiutare il proprio figlio. Sto parlando dell’esame di maturità, delle prove all’università o dei colloqui di lavoro: cari genitori, se sono abbastanza grandi per votare, guidare ed essere responsabili delle proprie azioni, non sono forse abbastanza grandi per uscire di casa da soli diretti verso i “loro” momenti di vita e di crescita?

QUANTE VOLTE TI FARANNO LAVORARE GRATIS?

Pubblico questo post di Silvia Bencivelli (link completo qui) che tocca un tema purtroppo troppo frequente soprattutto tra i giovani e in particolare nel ramo delle professioni intellettuali, umanistiche, letterarie.

Lavorare (anche) gratis mentre si studia vuol dire fare delle esperienze importanti di orientamento personale, per capirsi meglio e testarsi su un terreno del tutto nuovo e inesplorato, sia dal punto di vista teorico che pratico.

Lavorare gratis una volta terminati gli studi non dovrebbe accadere (ehi! non è un mondo gentile e nessuno ama pagare se può avere un servizio gratuito, o almeno provarci, no?) ma se invece è tutto quello che ti viene offerto allora meglio riflettere su un paio di punti:

– o c’è troppa offerta per le competenze che offri;

– o sei debole nel proporti e cedi facilmente sperando in una svolta, chissà, un domani…

Per ovviare al primo caso, occorre subito ampliare/specializzare le competenze offerte; per il secondo caso occorre guardare in faccia la realtà che spesso è fatta di bollette da pagare, auto da acquistare, l’indipendenza dai genitori, le vacanze che gli altri fanno e tu non fai mai….insomma, si guardano in faccia i propri bisogni, le spese e gli obiettivi e si trova il coraggio; oppure ammetti a te stesso che proporti e contrattare non è il tuo forte e cerchi qualcuno che lo faccia per te e le tue competenze (vedi anche qui).

Buona lettura…

La generazione “lavoro gratis per avere una vetrina”

Drogati di lavoro ma senza stipendio: i giovani delle professioni intellettuali di fronte al mercato

Dopo il dubbio, ecco l’inganno: la favola della passione-per-il-lavoro a volte conduce a una falsa morale, quella per cui si può anche lavorare gratis. E ci si casca, oh se ci si casca. Perché si pensa: il mio lavoro è così bello che lo farei gratis.
Ennò! Fermo, fermo e non ti muovere. Tu non devi fare niente gratis!
È difficile, lo so, ma gratis niente. Niente.
Lo so che il lavoro è come la droga. Figurati se non lo so.
Ma hai mai sentito di un idraulico che ti aggiusta il tubo gratis? Perché l’unica categoria per cui si crede normale fare qualcosa gratis è quella dei lavoratori sedicenti della cultura, a cui si chiede di scrivere, parlare, presenziare gratis? Attenzione: non è solo un problema personale. Quella per cui il lavoro va difeso prima di tutto da noi perché costruisce il mondo di tutti e blabla… è una questione di mercato. Anche il mercato va difeso. Per il bene di tutti.
Mi spiego.
Nel mio caso, si tratta di alcune situazioni standard. La prima comincia con la mail di un signore in pensione, colto, elegante, curioso, anche simpatico. In genere ha letto il mio nome su qualcosa di lusinghiero, oppure mi ha ascoltato alla radio o vista in tivvù oppure, meglio, ha letto qualcosa di mio. Mi invita con buon anticipo a un evento intelligente di venerdì sera o di sabato pomeriggio, in una città a tre ore di regionale, una di quelle che per una strana euristica finisco per pensare che valgano il viaggio. E zac! È un attimo. Mi sono fatta fregare.

Il pensionato di buona volontà mi spiega che tutti i partecipanti all’evento vengono senza essere pagati perché l’organizzazione è di un piccolo circolo culturale che ha il patrocinio del Comune ma lavora solo su base volontaristica. Vorrei fargli notare che lui tutti i mesi prende una pensione garantita, mentre io tutti i mesi non prendo un bel niente se non mi sbatto a recuperare euro per euro i soldi che mi devono i miei quaranta clienti di cui trentotto morosi. Che forse anche per questa diversa modalità di foraggiamento del conto corrente, il mio lavoro a lui pare un po’ troppo simile a un hobby anche se un hobby non è. Mentre il suo è un hobby davvero, ma lui se lo può permettere.
Vorrei farlo, ma alla fine vince sempre lui. Anche perché forse un po’ ha ragione: nel nostro Paese, nelle nostre province, è bello e giusto che ci sia qualcuno come il pensionato di buona volontà che si dà da fare per portare un po’ di aria nuova a gente che altrimenti avrebbe poche possibilità di vedere il mondo là fuori.
Vince lui e io mi sento addosso una sensazione a metà tra la gratificazione del filantropo e la coglioneria del fesso. Quella volta che mi hanno elargito i tramezzini avanzati dal buffet, la seconda sensazione ha prevalso nettamente.

Poi ci sono quelli che mi chiedono un contributo per un libro. Gratis, si intende, perché non ci sono nemmeno i soldi per pagare l’editore (si chiama tipografo, in quel caso, ma vabbè) figuriamoci per pagare chi ha scritto dieci paginette timesnewroman12. Figuriamoci.
Tanto tu hai già scritto altre volte di quella cosa, mi dicono. E per me, ma penso per chiunque, è impossibile pensare di tirare via e di fare un copia e incolla in quaranta minuti: ci va la mia firma, e poi non si fa. Ecco due pomeriggi di lavoro gratis, forse nove, undici con la rilettura.

Ci sono quelli che se si risparmiano un biglietto del treno è meglio: già che sei da queste parti (e che sei venuta a tue spese, aggiungo io), fai un salto da noi così facciamo una riunione? Ci sono quelli che non mi pagano e ogni volta mi promettono che lo faranno, e io continuo a scrivere per loro perché in fondo è una buona vetrina. Finché la vetrina non viene chiusa e si dichiara la liquidazione coatta. Quelli che ammettono candidamente da subito che non mi pagheranno mai, e io sono una che apprezza l’onestà, e la premia. Quelli che mi contattano loro, però poi mi chiedono di fare una prova non pagata. Quelli che mi chiamano a un colloquio ma non rimborsano il treno. Quelli che mi scrivono chiedendomi consigli o facendomi proposte di lavoro così confuse che non mi accorgo nemmeno che non si fa nessuna menzione al vile denaro. Quelli che hanno avuto un’idea, quelli che hanno finalmente capito che cosa fare da grandi, quelli che hanno organizzato il congresso della vita, quelli che sono amici di mamma, quelli che mi hanno visto a una conferenza e quelli che sono ansiosi di collaborare con me, proprio con me, e non si chiedono perché dovrei fare i salti di gioia, io, all’idea di lavorare con loro. E tutti mi vogliono coinvolgere perché mi stimano un sacco, ma non mi possono pagare.

Se accettassi, farei molto male al mio investimento numero uno, cioè al mio lavoro. E farei un danno importante al mercato. Perché lavorando gratis è quasi certo che si venga scelti senza una valutazione della professionalità, ma solo per il prezzo. In questo modo si innesca un meccanismo viziato di ribasso continuo e implacabile della qualità del lavoro, a detrimento di chi quel lavoro lo fa e di chi dovrebbe goderne i frutti. Mi spiego.
Un editore poco interessato alla qualità di quel che pubblica, tra un lavoratore bravo che costa X e uno medio che costa X/2, preferirà quest’ultimo. E il costo di quel servizio sarà fissato a X/2, così come, probabilmente, la sua qualità. Se l’editore deciderà di abbassarlo a X/3, il lavoratore medio potrà fare due cose: accettare e quindi essere complice dell’abbassamento del valore di quella prestazione. O rifiutare, lottando per il mantenimento del valore a X/2, che peraltro è comunque bassino visto che eravamo partiti da X.

Se poi ci sarà uno stagista con esperienza (figura professionale sempre più diffusa, corrispondente a un lavoratore intorno ai 28 anni plurititolato e ricco di famiglia) che accetterà di farlo gratis, il valore di quella roba diventerà zero. Il primo lavoratore e il secondo si troveranno disoccupati e soprattutto vedranno il loro lavoro svalutarsi fino allo zero: quel patrimonio di competenze e credibilità non varrà più niente, nessuno pagherà più per le loro prestazioni. E il pubblico avrà un servizio di qualità più bassa.
Per me, la colpa più grave ce l’ha il secondo lavoratore, quello che ha inaugurato la china al ribasso. Il primo lo salvo, anche se probabilmente è uno che ha entrate fastidiosamente superiori alle mie. Lo stagista lo assolvo per i primi tre mesi. E il caso che l’editore sia interessato alla qualità, ammettiamolo, non è poi così frequente.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/lavorare-gratis#ixzz2XZghkvip

MA PERCHE’ GUARDANO IL MIO PROFILO FACEBOOK?!

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

La gestione del proprio profilo sui social network è uno di quegli argomenti che genera pareri fortemente contrastanti: quando ne parlo con un over 40, mi dice che su Facebook non ci va perché è da ragazzini, Twitter non ne ha mai sentito parlare e Linkedin non lo usa perché non gli piace mettersi in piazza; quando ne parlo con un under 30, mentre gli sto parlando già mi chiede il contatto su facebook aprendomi alla visione di tutte le sue foto, commenti, idee e pensieri.

Estremi. Estremi che ignorano che la visione del proprio profilo social network ha un suo peso in caso di valutazione, soprattutto per un primo colloquio, e contano sì le informazioni presenti sul proprio profilo ma anche il non esserci ha un suo peso (in negativo).

Cercano informazioni su di me su internet? E che vuol dire? Che verrò scelto in base alle foto che posto? Allora devo fare un profilo noioso e serioso? Nessuna foto al mare, nessuna foto in discoteca, nessun commento acido su nessuno?

No, no, niente di tutto questo…queste sono sciocchezze. Quel che veramente conta sapere è che:

– la rappresentazione di noi stessi, data la quantità di informazioni che immettiamo volontariamente nel web, va verso la trasparenza totale (se non hai nulla di cui vergognarti o nulla da tenere nascosto, un social network non può farti paura);

– i selezionatori cercano di conoscere persone e non numeri (quindi per capire che tipo di persona sei è normale che si osservino anche le notizie che ti riguardano su internet);

– scegliere di non essere presente sui social network lascia un punto di domanda nella testa dei selezionatori, soprattutto se sei un giovane nato dopo gli anni ’70.

La visione di un profilo su social network può portare a 3 conseguenze:

1)       È ininfluente rispetto alla selezione in corso (questa è la maggior parte dei casi: di solito immettiamo dati piuttosto banali e prevedibili sui nostri profili internet….quindi niente paura);

2)       Conferma l’impressione avuta durante il colloquio (nulla di cui preoccuparsi in fondo: siamo quello che siamo ed è meglio capirlo subito);

3)        Sconvolge l’impressione avuta durante il colloquio (Dottor Jekyll e Mister Hyde? Può darsi, ma allora c’è qualcosa da approfondire…).

Piuttosto, meglio pensare come utilizzare bene i social network: in generale sono un’ottimo mezzo per approfondire temi e argomenti di interesse attraverso la conoscenza di persone altrimenti irraggiungibili. Non servirsene vuol dire chiudersi in un guscio ed isolarsi.

No buono…..no no…

COLLOQUIO IN PAUSA PRANZO

Oggi ho pranzato a fianco a un colloquio di selezione, al bar. Non volevo ascoltare (!) ma non ho potuto farne a meno 🙂
E visto che si avvicina la bella stagione e alcuni di voi stanno pensando a qualche lavoretto estivo, approfitterei per 3 consigli di base per un buon colloquio. Soprattutto se non avete mai lavorato prima.

1) Un colloquio non è mai facile, anche quando il selezionatore ti mette a tuo agio devi stare attento a non essere troppo a tuo agio. Insomma, non puoi rilassarti eccessivamente, nei modi, nei termini, nelle parole. Devi mantenere la concentrazione durante tutto l’incontro (30-60 minuti).

2) Spegni il cellulare. Al selezionatore può capitare di ricevere telefonate e interrompere il colloquio, a te non deve capitare. E se il selezionatore è impegnato con una telefonata, non è il caso nè di ascoltare nè di chattare su facebook nel frattempo. Meglio restare in attesa distogliendo lo sguardo.

3) Vietato rispondere per monosillabi: se argomenti le tue risposte hai più chance. Ad esempio nel colloquio che si è svolto a fianco a me il selezionatore ha chiesto “dimmi tre tue caratteristiche” e la ragazza ha risposto “sono precisa, dinamica e flessibile”. Non vuol dire nulla detto così!, occorre spiegare queste caratteristiche con esempi, episodi, esperienze. Un colloquio non è come un’interrogazione a scuola, il selezionatore non cercherà di aiutarti per farti andare bene, non cercherà di strapparti le risposte di bocca. Valuterà quello che dici e quello che non dici. E ancor di più, come lo dici.

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