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REINVENTA TE STESSO

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L’uomo sopravvive perchè sa cambiare, ad ogni età, seppur con intensità differenti.

E il cambiamento non nasce dalla riflessione pensosa e teorica, nasce dall’incontro col mondo lì fuori, con il dialogo, con la lettura, con la visione di luoghi nuovi, persone nuove, pensieri nuovi.

Sembra quasi che il cambiamento nasca dal cambiamento, un gioco di azione e reazione.

E questa storia ne è l’ennesima prova.

Buon cambiamento a chi non sta bene!

 

 

COSA VUOL DIRE ANDARE ALL’ESTERO?

485175_10151420934662305_1313628850_nTempo d’estate, ho salutato un altro giovane amico in patenza per una grande capitale mondiale per un ciclo di colloqui di lavoro cercando di avere successo e soddisfazione con il proprio mestiere di grafico fino ad oggi mortificato in Italia. Mi è tornata alla mente una giovane laureata in Antropologia che all’interno di un dibattito organizzato in un liceo ha evidenziato come altrove questo mestiere sia “riconosciuto” mentre in Italia sembra che nessuno sappia nemmeno cosa sia.

I due episodi non sono così distanti.

Molti ragazzi mi chiedono se è giusto che debbano andare all’estero per lavorare, ma io credo che il discorso anzichè arenarsi nella sciocca pretesa secondo cui “io sono italiano e il lavoro devo trovarlo in Italia” dovrebbe essere portato su di un altro livello: o scegli di essere laddove il tuo studio e il tuo lavoro servono (ovunque sia, anche in Italia!) o scegli uno studio/lavoro richiesto nel territorio che hai prescelto come tuo luogo di vita. Personalmente trovo la seconda via impervia anche se all’apparenza sembra la più facile mentre la prima potrebbe riservare molte sorprese positive oltre che garantire una crescita umana e professionale. Ad ognuno la sua scelta.

QUANTE VOLTE TI FARANNO LAVORARE GRATIS?

Pubblico questo post di Silvia Bencivelli (link completo qui) che tocca un tema purtroppo troppo frequente soprattutto tra i giovani e in particolare nel ramo delle professioni intellettuali, umanistiche, letterarie.

Lavorare (anche) gratis mentre si studia vuol dire fare delle esperienze importanti di orientamento personale, per capirsi meglio e testarsi su un terreno del tutto nuovo e inesplorato, sia dal punto di vista teorico che pratico.

Lavorare gratis una volta terminati gli studi non dovrebbe accadere (ehi! non è un mondo gentile e nessuno ama pagare se può avere un servizio gratuito, o almeno provarci, no?) ma se invece è tutto quello che ti viene offerto allora meglio riflettere su un paio di punti:

– o c’è troppa offerta per le competenze che offri;

– o sei debole nel proporti e cedi facilmente sperando in una svolta, chissà, un domani…

Per ovviare al primo caso, occorre subito ampliare/specializzare le competenze offerte; per il secondo caso occorre guardare in faccia la realtà che spesso è fatta di bollette da pagare, auto da acquistare, l’indipendenza dai genitori, le vacanze che gli altri fanno e tu non fai mai….insomma, si guardano in faccia i propri bisogni, le spese e gli obiettivi e si trova il coraggio; oppure ammetti a te stesso che proporti e contrattare non è il tuo forte e cerchi qualcuno che lo faccia per te e le tue competenze (vedi anche qui).

Buona lettura…

La generazione “lavoro gratis per avere una vetrina”

Drogati di lavoro ma senza stipendio: i giovani delle professioni intellettuali di fronte al mercato

Dopo il dubbio, ecco l’inganno: la favola della passione-per-il-lavoro a volte conduce a una falsa morale, quella per cui si può anche lavorare gratis. E ci si casca, oh se ci si casca. Perché si pensa: il mio lavoro è così bello che lo farei gratis.
Ennò! Fermo, fermo e non ti muovere. Tu non devi fare niente gratis!
È difficile, lo so, ma gratis niente. Niente.
Lo so che il lavoro è come la droga. Figurati se non lo so.
Ma hai mai sentito di un idraulico che ti aggiusta il tubo gratis? Perché l’unica categoria per cui si crede normale fare qualcosa gratis è quella dei lavoratori sedicenti della cultura, a cui si chiede di scrivere, parlare, presenziare gratis? Attenzione: non è solo un problema personale. Quella per cui il lavoro va difeso prima di tutto da noi perché costruisce il mondo di tutti e blabla… è una questione di mercato. Anche il mercato va difeso. Per il bene di tutti.
Mi spiego.
Nel mio caso, si tratta di alcune situazioni standard. La prima comincia con la mail di un signore in pensione, colto, elegante, curioso, anche simpatico. In genere ha letto il mio nome su qualcosa di lusinghiero, oppure mi ha ascoltato alla radio o vista in tivvù oppure, meglio, ha letto qualcosa di mio. Mi invita con buon anticipo a un evento intelligente di venerdì sera o di sabato pomeriggio, in una città a tre ore di regionale, una di quelle che per una strana euristica finisco per pensare che valgano il viaggio. E zac! È un attimo. Mi sono fatta fregare.

Il pensionato di buona volontà mi spiega che tutti i partecipanti all’evento vengono senza essere pagati perché l’organizzazione è di un piccolo circolo culturale che ha il patrocinio del Comune ma lavora solo su base volontaristica. Vorrei fargli notare che lui tutti i mesi prende una pensione garantita, mentre io tutti i mesi non prendo un bel niente se non mi sbatto a recuperare euro per euro i soldi che mi devono i miei quaranta clienti di cui trentotto morosi. Che forse anche per questa diversa modalità di foraggiamento del conto corrente, il mio lavoro a lui pare un po’ troppo simile a un hobby anche se un hobby non è. Mentre il suo è un hobby davvero, ma lui se lo può permettere.
Vorrei farlo, ma alla fine vince sempre lui. Anche perché forse un po’ ha ragione: nel nostro Paese, nelle nostre province, è bello e giusto che ci sia qualcuno come il pensionato di buona volontà che si dà da fare per portare un po’ di aria nuova a gente che altrimenti avrebbe poche possibilità di vedere il mondo là fuori.
Vince lui e io mi sento addosso una sensazione a metà tra la gratificazione del filantropo e la coglioneria del fesso. Quella volta che mi hanno elargito i tramezzini avanzati dal buffet, la seconda sensazione ha prevalso nettamente.

Poi ci sono quelli che mi chiedono un contributo per un libro. Gratis, si intende, perché non ci sono nemmeno i soldi per pagare l’editore (si chiama tipografo, in quel caso, ma vabbè) figuriamoci per pagare chi ha scritto dieci paginette timesnewroman12. Figuriamoci.
Tanto tu hai già scritto altre volte di quella cosa, mi dicono. E per me, ma penso per chiunque, è impossibile pensare di tirare via e di fare un copia e incolla in quaranta minuti: ci va la mia firma, e poi non si fa. Ecco due pomeriggi di lavoro gratis, forse nove, undici con la rilettura.

Ci sono quelli che se si risparmiano un biglietto del treno è meglio: già che sei da queste parti (e che sei venuta a tue spese, aggiungo io), fai un salto da noi così facciamo una riunione? Ci sono quelli che non mi pagano e ogni volta mi promettono che lo faranno, e io continuo a scrivere per loro perché in fondo è una buona vetrina. Finché la vetrina non viene chiusa e si dichiara la liquidazione coatta. Quelli che ammettono candidamente da subito che non mi pagheranno mai, e io sono una che apprezza l’onestà, e la premia. Quelli che mi contattano loro, però poi mi chiedono di fare una prova non pagata. Quelli che mi chiamano a un colloquio ma non rimborsano il treno. Quelli che mi scrivono chiedendomi consigli o facendomi proposte di lavoro così confuse che non mi accorgo nemmeno che non si fa nessuna menzione al vile denaro. Quelli che hanno avuto un’idea, quelli che hanno finalmente capito che cosa fare da grandi, quelli che hanno organizzato il congresso della vita, quelli che sono amici di mamma, quelli che mi hanno visto a una conferenza e quelli che sono ansiosi di collaborare con me, proprio con me, e non si chiedono perché dovrei fare i salti di gioia, io, all’idea di lavorare con loro. E tutti mi vogliono coinvolgere perché mi stimano un sacco, ma non mi possono pagare.

Se accettassi, farei molto male al mio investimento numero uno, cioè al mio lavoro. E farei un danno importante al mercato. Perché lavorando gratis è quasi certo che si venga scelti senza una valutazione della professionalità, ma solo per il prezzo. In questo modo si innesca un meccanismo viziato di ribasso continuo e implacabile della qualità del lavoro, a detrimento di chi quel lavoro lo fa e di chi dovrebbe goderne i frutti. Mi spiego.
Un editore poco interessato alla qualità di quel che pubblica, tra un lavoratore bravo che costa X e uno medio che costa X/2, preferirà quest’ultimo. E il costo di quel servizio sarà fissato a X/2, così come, probabilmente, la sua qualità. Se l’editore deciderà di abbassarlo a X/3, il lavoratore medio potrà fare due cose: accettare e quindi essere complice dell’abbassamento del valore di quella prestazione. O rifiutare, lottando per il mantenimento del valore a X/2, che peraltro è comunque bassino visto che eravamo partiti da X.

Se poi ci sarà uno stagista con esperienza (figura professionale sempre più diffusa, corrispondente a un lavoratore intorno ai 28 anni plurititolato e ricco di famiglia) che accetterà di farlo gratis, il valore di quella roba diventerà zero. Il primo lavoratore e il secondo si troveranno disoccupati e soprattutto vedranno il loro lavoro svalutarsi fino allo zero: quel patrimonio di competenze e credibilità non varrà più niente, nessuno pagherà più per le loro prestazioni. E il pubblico avrà un servizio di qualità più bassa.
Per me, la colpa più grave ce l’ha il secondo lavoratore, quello che ha inaugurato la china al ribasso. Il primo lo salvo, anche se probabilmente è uno che ha entrate fastidiosamente superiori alle mie. Lo stagista lo assolvo per i primi tre mesi. E il caso che l’editore sia interessato alla qualità, ammettiamolo, non è poi così frequente.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/lavorare-gratis#ixzz2XZghkvip

NON E’ UN MONDO PER TIMIDI

be yourselfSembra che non ci sia spazio per le persone timide, insicure, incerte. E’ tutto più complicato per chi non sa chiedere nè pretendere. Soprattutto quando si tratta di contrattare, farsi avanti per un lavoro, chiedere un aumento.

C’è un sacco di gente in gamba che sa fare il proprio lavoro bene ma che non è in grado di spiegarlo, farlo valere. Ogni giorno ne vedo, ogni giorno vedo gente in gamba superata da gente meno brava ma con più carattere, coraggio, sfrontatezza o bisogno.

Giusto? Non giusto? Che dire… a volte basta un piccolo aiuto. Un intermediario, qualcuno più pratico di noi per presentarci, per parlare al posto nostro quando non sappiamo cosa dire, come farci conoscere, come farci apprezzare, come farci scegliere.

In tanti anni però ho potuto notare una cosa: che in situazioni del genere è utile utilizzare le agenzie per il lavoro, su queste cose ci sanno fare e se vedono che una persona è in gamba la sanno valorizzare.

Proprio oggi parlavo con una persona che mi diceva io non so vendere il mio lavoro, loro (le agenzie) sono bravi a vendere, io voglio solo fare quello che so fare.

Ha ragione, lo capisco, tanti ho incontrato che provano la stessa cosa. Inadeguatezza rispetto a questo mondo competitivo? Io preferisco pensare che è meglio conoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto, affidarsi ad altri, concentrarsi su quello che si sa fare meglio.

MA PERCHE’ GUARDANO IL MIO PROFILO FACEBOOK?!

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

La gestione del proprio profilo sui social network è uno di quegli argomenti che genera pareri fortemente contrastanti: quando ne parlo con un over 40, mi dice che su Facebook non ci va perché è da ragazzini, Twitter non ne ha mai sentito parlare e Linkedin non lo usa perché non gli piace mettersi in piazza; quando ne parlo con un under 30, mentre gli sto parlando già mi chiede il contatto su facebook aprendomi alla visione di tutte le sue foto, commenti, idee e pensieri.

Estremi. Estremi che ignorano che la visione del proprio profilo social network ha un suo peso in caso di valutazione, soprattutto per un primo colloquio, e contano sì le informazioni presenti sul proprio profilo ma anche il non esserci ha un suo peso (in negativo).

Cercano informazioni su di me su internet? E che vuol dire? Che verrò scelto in base alle foto che posto? Allora devo fare un profilo noioso e serioso? Nessuna foto al mare, nessuna foto in discoteca, nessun commento acido su nessuno?

No, no, niente di tutto questo…queste sono sciocchezze. Quel che veramente conta sapere è che:

– la rappresentazione di noi stessi, data la quantità di informazioni che immettiamo volontariamente nel web, va verso la trasparenza totale (se non hai nulla di cui vergognarti o nulla da tenere nascosto, un social network non può farti paura);

– i selezionatori cercano di conoscere persone e non numeri (quindi per capire che tipo di persona sei è normale che si osservino anche le notizie che ti riguardano su internet);

– scegliere di non essere presente sui social network lascia un punto di domanda nella testa dei selezionatori, soprattutto se sei un giovane nato dopo gli anni ’70.

La visione di un profilo su social network può portare a 3 conseguenze:

1)       È ininfluente rispetto alla selezione in corso (questa è la maggior parte dei casi: di solito immettiamo dati piuttosto banali e prevedibili sui nostri profili internet….quindi niente paura);

2)       Conferma l’impressione avuta durante il colloquio (nulla di cui preoccuparsi in fondo: siamo quello che siamo ed è meglio capirlo subito);

3)        Sconvolge l’impressione avuta durante il colloquio (Dottor Jekyll e Mister Hyde? Può darsi, ma allora c’è qualcosa da approfondire…).

Piuttosto, meglio pensare come utilizzare bene i social network: in generale sono un’ottimo mezzo per approfondire temi e argomenti di interesse attraverso la conoscenza di persone altrimenti irraggiungibili. Non servirsene vuol dire chiudersi in un guscio ed isolarsi.

No buono…..no no…

MA ALLORA C’E’ LAVORO! (L’ARTE DI LEGGERE TRA LE RIGHE)

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Oggi ultimo giorno del progetto per i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile e la domanda che ha scatenato gli animi è stata ma c’è lavoro?

Avevo una copia con me di “Il Lavoro”, un settimanale che si trova in edicola e consiglierei a chiunque volesse capire cosa viene ricercato…pagine e pagine di annunci, senza perdersi in internet.

I ragazzi si sono subito motivati perchè hanno toccato con mano che il lavoro c’è, le richieste esistono davvero e sono anche di vario tipo. Non è vero che vogliono solo commesse diciottenni e agenti di vendita!

Nello scorrere gli annunci però è venuto a galla anche uno dei comportamenti più diffusi e autolimitante. In un annuncio di lavoro spesso si trovano parole che non si conoscono (relative a ruoli professionali, competenze specifiche, mansioni da svolgere,…) e anzichè cercare di sapere cosa vogliano dire, in moltissimi scartano l’annuncio a priori. Perchè?! Perchè buttare via occasioni interessanti?

Dietro ad alcune parole nuove, straniere o apparentemente complicate, si possono nascondere attività semplici, interessanti e addirittura già conosciute. Me ne accorgo quando nei miei incontri leggo io gli annunci e spiego cosa viene richiesto e spesso qualche ragazzo salta fuori con un aaaaaah sì, ma io questo lo so fare! oppure io lo so che cosa vogliono, l’ho già visto fare, è facile!

Meglio allora non perdere l’occasione di conoscere qualcosa di nuovo e cercare il significato delle parole lette. Da questo punto di vista google è un validissimo aiutante!

Basta così poco per allargare gli orizzonti e darsi più chance! 😉

UN LAVORO BELLO O UN LAVORO UTILE?

calcoli...

calcoli!

Oggi è il primo giorno della maturità 2013, tanta ansia e tanta concentrazione, paure, speranze, notti a studiare e Venditti che aleggia nell’aria da giorni come un classico refrain nazionale. In bocca al lupo a tutti gli studenti ovviamente, ma con un occhio al domani, sempre. Perchè l’esame di maturità passa ma la chiarezza sul futuro è qualcosa che non avviene in un solo giorno o in una settimana, è una prova di maturità che si sostiene giorno dopo giorno.

Quindi come scegliere per il proprio futuro?

Le persone esprimono ammirazione per un lavoro affascinante, altruista, particolare, fuori dal comune, esotico, sognante. Però pagano per un lavoro che non vorrebbero fare o per un problema che non sanno risolvere.

Nel mondo del lavoro, quando si cerca un collaboratore o si richiede un servizio ad un professionista, si cerca sempre di ottenere o un guadagno (di soldi, di tempo, di divertimento, di benessere,…) o un risparmio (di soldi, di tempo, di fatica, di stress, di problemi,…).

Nella prospettiva che stai per prendere, nei passi che stai muovendo, tra studio e lavoro, quale bisogno ti prepari a soddisfare?

E IO VADO ALL’ESTERO

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Avete mai pensato di andare all’estero? Tra quelli che hanno fatto esperienze all’estero, quanti sono tornati e hanno trovato più soddisfazione in Italia che fuori?

Una volta decidere di bruciare la laurea e inventarsi un futuro diverso da quanto avevano pensato, progettato e preimpostato i genitori era un gesto rivoluzionario, oggi è rivoluzionario chi senza pensarci due volte parte per paesi sconosciuti per fare il lavoro che in Italia non gli fanno fare. Insomma, è rivoluzionario fare come i nostri nonni. Loro sono partiti per il Belgio, l’America, l’Australia, la Germania, noi potremmo partire per la Cina, il Vietnam, la Russia.

E’ proprio vero: la vita va per cicli.

Solo questa settimana ho salutato tre persone che stanno per raggiungere Paesi più o meno lontani dove possono fare ciò che amano fare, il lavoro per cui si sono preparati. E’ giusto? Non è giusto? Dipende direbbe qualcuno.

Se vai a fare l’architetto in un paese emergente perchè ti piace viaggiare allora sembra giusto, se vai all’estero perchè qui non ti assumono allora sembra ingiusto. Secondo me le cose dovrebbe essere viste da un’altra prospettiva: se il lavoro che vuoi fare ti piace veramente, vai dove sai di poterlo fare bene, imparare di più, crescere in esperienza e soddisfazione. Da questo punto di vista, non ci sono nè barriere nè confini, ci sono solo opportunità da cogliere. Se invece ragioni partendo dal fatto che ti sei laureato, sei italiano ed è giusto che tu adesso trovi lavoro qui, allora sarà un cammino lungo e poco piacevole. Ho incontrato molti professionisti adulti e molti neolaureati, la sensazione più evidente è la differenza tra chi ha non ha esitato ed è partito per mettersi alla prova creandosi nuovi orizzonti e chi si è impantanato tra pretese, ripicche e polemiche.

Non so se partire sia giusto o no, non so se valga per tutti indistintamente.

Io ho la valigia sempre pronta.

COLLOQUIO IN PAUSA PRANZO

Oggi ho pranzato a fianco a un colloquio di selezione, al bar. Non volevo ascoltare (!) ma non ho potuto farne a meno 🙂
E visto che si avvicina la bella stagione e alcuni di voi stanno pensando a qualche lavoretto estivo, approfitterei per 3 consigli di base per un buon colloquio. Soprattutto se non avete mai lavorato prima.

1) Un colloquio non è mai facile, anche quando il selezionatore ti mette a tuo agio devi stare attento a non essere troppo a tuo agio. Insomma, non puoi rilassarti eccessivamente, nei modi, nei termini, nelle parole. Devi mantenere la concentrazione durante tutto l’incontro (30-60 minuti).

2) Spegni il cellulare. Al selezionatore può capitare di ricevere telefonate e interrompere il colloquio, a te non deve capitare. E se il selezionatore è impegnato con una telefonata, non è il caso nè di ascoltare nè di chattare su facebook nel frattempo. Meglio restare in attesa distogliendo lo sguardo.

3) Vietato rispondere per monosillabi: se argomenti le tue risposte hai più chance. Ad esempio nel colloquio che si è svolto a fianco a me il selezionatore ha chiesto “dimmi tre tue caratteristiche” e la ragazza ha risposto “sono precisa, dinamica e flessibile”. Non vuol dire nulla detto così!, occorre spiegare queste caratteristiche con esempi, episodi, esperienze. Un colloquio non è come un’interrogazione a scuola, il selezionatore non cercherà di aiutarti per farti andare bene, non cercherà di strapparti le risposte di bocca. Valuterà quello che dici e quello che non dici. E ancor di più, come lo dici.

IDRAULICO O LAUREATO?

New York Mayor, Michael R. Bloomberg.

New York Michael R. Bloomberg. (Photo credit: Wikipedia)

Pochi giorni fa hanno fatto scalpore le dichiarazioni del sindaco di New York, Michael Bloomberg, secondo cui è meglio diventare idraulici anzichè investire tanti soldi per arrivare a laurearsi mediocremente e non trovare poi un lavoro. Discorso spinoso, ma merita attenzione.

Al di là delle differenze tra Stati Uniti e Italia (lì il college è molto competitivo e molto costoso, pochi se lo possono permettere, molti ragazzi si indebitano personalmente per pagarselo e poi devono lavorare per restitutire i soldi ricevuti), tanti ragazzi si laureano svogliatamente, senza testa e senza impegno e poi si ritrovano fuori dal mercato del lavoro perchè non hanno la preparazione giusta per essere selezionati dalle aziende o per mettersi in proprio. E questo è un dramma, perchè da una parte i ragazzi vengono illusi sul “pezzo di carta” e dall’altra le università se ne lavano le mani senza consigliare nè affiancare seriamente nei piani di studio e nell’orientamento durante gli studi gli studenti. Quindi che fare? Meglio gli idraulici come dice Bloomberg? Io credo che non sia così semplice. Se non sai “essere imprenditore”, se non sai come comunicare il tuo lavoro e cercarti i clienti, se non sai come organizzarti e come curare l’amministrazione del tuo lavoro, anche mettersi in proprio e fare – semplicemente? – l’idraulico è una sfida complicata. Mi piacerebbe che nelle scuole professionalizzanti si studiasse di più come crearsi un lavoro a partire dall’apprendimento di un sapere pratico. Lo stesso potremmo dire dell’università no? La nostra università è troppo teorica per il mercato del lavoro e  tralascia troppo spesso di formare o avviare alle applicazioni pratiche di certi studi. Guardare la realtà solo da una prospettiva, che sia la pura teoria del pensiero filosofico o il puro fare disorganizzato, non garantiscono granchè. E così ci ritroviamo con mezze abilità, mezzi sogni, mezzi risultati.

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