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MARGHERITA HACK (12 giugno 1922 – 29 giugno 2013)

Alcune persone sanno ispirare, trasmettere passione, accendere curiosità laddove c’era solo noia e tecnicismo

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Alcune persone sanno andare oltre i preconcetti, costruire sulle proprie idee, esprimere il proprio pensiero a testa alta

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Alcune persone hanno la luce negli occhi e restano giovani per sempre

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QUANTE VOLTE TI FARANNO LAVORARE GRATIS?

Pubblico questo post di Silvia Bencivelli (link completo qui) che tocca un tema purtroppo troppo frequente soprattutto tra i giovani e in particolare nel ramo delle professioni intellettuali, umanistiche, letterarie.

Lavorare (anche) gratis mentre si studia vuol dire fare delle esperienze importanti di orientamento personale, per capirsi meglio e testarsi su un terreno del tutto nuovo e inesplorato, sia dal punto di vista teorico che pratico.

Lavorare gratis una volta terminati gli studi non dovrebbe accadere (ehi! non è un mondo gentile e nessuno ama pagare se può avere un servizio gratuito, o almeno provarci, no?) ma se invece è tutto quello che ti viene offerto allora meglio riflettere su un paio di punti:

– o c’è troppa offerta per le competenze che offri;

– o sei debole nel proporti e cedi facilmente sperando in una svolta, chissà, un domani…

Per ovviare al primo caso, occorre subito ampliare/specializzare le competenze offerte; per il secondo caso occorre guardare in faccia la realtà che spesso è fatta di bollette da pagare, auto da acquistare, l’indipendenza dai genitori, le vacanze che gli altri fanno e tu non fai mai….insomma, si guardano in faccia i propri bisogni, le spese e gli obiettivi e si trova il coraggio; oppure ammetti a te stesso che proporti e contrattare non è il tuo forte e cerchi qualcuno che lo faccia per te e le tue competenze (vedi anche qui).

Buona lettura…

La generazione “lavoro gratis per avere una vetrina”

Drogati di lavoro ma senza stipendio: i giovani delle professioni intellettuali di fronte al mercato

Dopo il dubbio, ecco l’inganno: la favola della passione-per-il-lavoro a volte conduce a una falsa morale, quella per cui si può anche lavorare gratis. E ci si casca, oh se ci si casca. Perché si pensa: il mio lavoro è così bello che lo farei gratis.
Ennò! Fermo, fermo e non ti muovere. Tu non devi fare niente gratis!
È difficile, lo so, ma gratis niente. Niente.
Lo so che il lavoro è come la droga. Figurati se non lo so.
Ma hai mai sentito di un idraulico che ti aggiusta il tubo gratis? Perché l’unica categoria per cui si crede normale fare qualcosa gratis è quella dei lavoratori sedicenti della cultura, a cui si chiede di scrivere, parlare, presenziare gratis? Attenzione: non è solo un problema personale. Quella per cui il lavoro va difeso prima di tutto da noi perché costruisce il mondo di tutti e blabla… è una questione di mercato. Anche il mercato va difeso. Per il bene di tutti.
Mi spiego.
Nel mio caso, si tratta di alcune situazioni standard. La prima comincia con la mail di un signore in pensione, colto, elegante, curioso, anche simpatico. In genere ha letto il mio nome su qualcosa di lusinghiero, oppure mi ha ascoltato alla radio o vista in tivvù oppure, meglio, ha letto qualcosa di mio. Mi invita con buon anticipo a un evento intelligente di venerdì sera o di sabato pomeriggio, in una città a tre ore di regionale, una di quelle che per una strana euristica finisco per pensare che valgano il viaggio. E zac! È un attimo. Mi sono fatta fregare.

Il pensionato di buona volontà mi spiega che tutti i partecipanti all’evento vengono senza essere pagati perché l’organizzazione è di un piccolo circolo culturale che ha il patrocinio del Comune ma lavora solo su base volontaristica. Vorrei fargli notare che lui tutti i mesi prende una pensione garantita, mentre io tutti i mesi non prendo un bel niente se non mi sbatto a recuperare euro per euro i soldi che mi devono i miei quaranta clienti di cui trentotto morosi. Che forse anche per questa diversa modalità di foraggiamento del conto corrente, il mio lavoro a lui pare un po’ troppo simile a un hobby anche se un hobby non è. Mentre il suo è un hobby davvero, ma lui se lo può permettere.
Vorrei farlo, ma alla fine vince sempre lui. Anche perché forse un po’ ha ragione: nel nostro Paese, nelle nostre province, è bello e giusto che ci sia qualcuno come il pensionato di buona volontà che si dà da fare per portare un po’ di aria nuova a gente che altrimenti avrebbe poche possibilità di vedere il mondo là fuori.
Vince lui e io mi sento addosso una sensazione a metà tra la gratificazione del filantropo e la coglioneria del fesso. Quella volta che mi hanno elargito i tramezzini avanzati dal buffet, la seconda sensazione ha prevalso nettamente.

Poi ci sono quelli che mi chiedono un contributo per un libro. Gratis, si intende, perché non ci sono nemmeno i soldi per pagare l’editore (si chiama tipografo, in quel caso, ma vabbè) figuriamoci per pagare chi ha scritto dieci paginette timesnewroman12. Figuriamoci.
Tanto tu hai già scritto altre volte di quella cosa, mi dicono. E per me, ma penso per chiunque, è impossibile pensare di tirare via e di fare un copia e incolla in quaranta minuti: ci va la mia firma, e poi non si fa. Ecco due pomeriggi di lavoro gratis, forse nove, undici con la rilettura.

Ci sono quelli che se si risparmiano un biglietto del treno è meglio: già che sei da queste parti (e che sei venuta a tue spese, aggiungo io), fai un salto da noi così facciamo una riunione? Ci sono quelli che non mi pagano e ogni volta mi promettono che lo faranno, e io continuo a scrivere per loro perché in fondo è una buona vetrina. Finché la vetrina non viene chiusa e si dichiara la liquidazione coatta. Quelli che ammettono candidamente da subito che non mi pagheranno mai, e io sono una che apprezza l’onestà, e la premia. Quelli che mi contattano loro, però poi mi chiedono di fare una prova non pagata. Quelli che mi chiamano a un colloquio ma non rimborsano il treno. Quelli che mi scrivono chiedendomi consigli o facendomi proposte di lavoro così confuse che non mi accorgo nemmeno che non si fa nessuna menzione al vile denaro. Quelli che hanno avuto un’idea, quelli che hanno finalmente capito che cosa fare da grandi, quelli che hanno organizzato il congresso della vita, quelli che sono amici di mamma, quelli che mi hanno visto a una conferenza e quelli che sono ansiosi di collaborare con me, proprio con me, e non si chiedono perché dovrei fare i salti di gioia, io, all’idea di lavorare con loro. E tutti mi vogliono coinvolgere perché mi stimano un sacco, ma non mi possono pagare.

Se accettassi, farei molto male al mio investimento numero uno, cioè al mio lavoro. E farei un danno importante al mercato. Perché lavorando gratis è quasi certo che si venga scelti senza una valutazione della professionalità, ma solo per il prezzo. In questo modo si innesca un meccanismo viziato di ribasso continuo e implacabile della qualità del lavoro, a detrimento di chi quel lavoro lo fa e di chi dovrebbe goderne i frutti. Mi spiego.
Un editore poco interessato alla qualità di quel che pubblica, tra un lavoratore bravo che costa X e uno medio che costa X/2, preferirà quest’ultimo. E il costo di quel servizio sarà fissato a X/2, così come, probabilmente, la sua qualità. Se l’editore deciderà di abbassarlo a X/3, il lavoratore medio potrà fare due cose: accettare e quindi essere complice dell’abbassamento del valore di quella prestazione. O rifiutare, lottando per il mantenimento del valore a X/2, che peraltro è comunque bassino visto che eravamo partiti da X.

Se poi ci sarà uno stagista con esperienza (figura professionale sempre più diffusa, corrispondente a un lavoratore intorno ai 28 anni plurititolato e ricco di famiglia) che accetterà di farlo gratis, il valore di quella roba diventerà zero. Il primo lavoratore e il secondo si troveranno disoccupati e soprattutto vedranno il loro lavoro svalutarsi fino allo zero: quel patrimonio di competenze e credibilità non varrà più niente, nessuno pagherà più per le loro prestazioni. E il pubblico avrà un servizio di qualità più bassa.
Per me, la colpa più grave ce l’ha il secondo lavoratore, quello che ha inaugurato la china al ribasso. Il primo lo salvo, anche se probabilmente è uno che ha entrate fastidiosamente superiori alle mie. Lo stagista lo assolvo per i primi tre mesi. E il caso che l’editore sia interessato alla qualità, ammettiamolo, non è poi così frequente.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/lavorare-gratis#ixzz2XZghkvip

GLI ESAMI NON FINISCONO MAI

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Tempi di esami, tempi di consegne finali e di scelte cruciali.

Una delle preoccupazioni più frequentemente riscontrate è la paura di non farcela, di non essere all’altezza, di perdere tempo nella scelta del proprio futuro. L’osservazione più immediata su questo timore è anche la più sensata: se non sbagli ora quando? tutti i giorni si può sbagliare e si può agire per il meglio, ma solo chi è disposto a provare può alzarsi e correre.

Ogni volta che ci troviamo davanti ad una difficoltà siamo come un bambino che impara a muovere i primi passi, tra incoscienza, piccoli lividi e voglia di scoprire. Solo provandoci, solo cadendo e rialzandoci possiamo andare avanti.

Per superare al meglio delle proprie forze ogni esame, prova o sfida, 3 azioni diventano quindi cruciali:

1) agire, pur essendo disposti a sbagliare;

2) collaborare, perchè da soli tutto è più gravoso;

3) concentrarsi, sui punti di forza e non sui punti di debolezza.

NON E’ UN MONDO PER TIMIDI

be yourselfSembra che non ci sia spazio per le persone timide, insicure, incerte. E’ tutto più complicato per chi non sa chiedere nè pretendere. Soprattutto quando si tratta di contrattare, farsi avanti per un lavoro, chiedere un aumento.

C’è un sacco di gente in gamba che sa fare il proprio lavoro bene ma che non è in grado di spiegarlo, farlo valere. Ogni giorno ne vedo, ogni giorno vedo gente in gamba superata da gente meno brava ma con più carattere, coraggio, sfrontatezza o bisogno.

Giusto? Non giusto? Che dire… a volte basta un piccolo aiuto. Un intermediario, qualcuno più pratico di noi per presentarci, per parlare al posto nostro quando non sappiamo cosa dire, come farci conoscere, come farci apprezzare, come farci scegliere.

In tanti anni però ho potuto notare una cosa: che in situazioni del genere è utile utilizzare le agenzie per il lavoro, su queste cose ci sanno fare e se vedono che una persona è in gamba la sanno valorizzare.

Proprio oggi parlavo con una persona che mi diceva io non so vendere il mio lavoro, loro (le agenzie) sono bravi a vendere, io voglio solo fare quello che so fare.

Ha ragione, lo capisco, tanti ho incontrato che provano la stessa cosa. Inadeguatezza rispetto a questo mondo competitivo? Io preferisco pensare che è meglio conoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto, affidarsi ad altri, concentrarsi su quello che si sa fare meglio.

MA PERCHE’ GUARDANO IL MIO PROFILO FACEBOOK?!

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Image via CrunchBase

La gestione del proprio profilo sui social network è uno di quegli argomenti che genera pareri fortemente contrastanti: quando ne parlo con un over 40, mi dice che su Facebook non ci va perché è da ragazzini, Twitter non ne ha mai sentito parlare e Linkedin non lo usa perché non gli piace mettersi in piazza; quando ne parlo con un under 30, mentre gli sto parlando già mi chiede il contatto su facebook aprendomi alla visione di tutte le sue foto, commenti, idee e pensieri.

Estremi. Estremi che ignorano che la visione del proprio profilo social network ha un suo peso in caso di valutazione, soprattutto per un primo colloquio, e contano sì le informazioni presenti sul proprio profilo ma anche il non esserci ha un suo peso (in negativo).

Cercano informazioni su di me su internet? E che vuol dire? Che verrò scelto in base alle foto che posto? Allora devo fare un profilo noioso e serioso? Nessuna foto al mare, nessuna foto in discoteca, nessun commento acido su nessuno?

No, no, niente di tutto questo…queste sono sciocchezze. Quel che veramente conta sapere è che:

– la rappresentazione di noi stessi, data la quantità di informazioni che immettiamo volontariamente nel web, va verso la trasparenza totale (se non hai nulla di cui vergognarti o nulla da tenere nascosto, un social network non può farti paura);

– i selezionatori cercano di conoscere persone e non numeri (quindi per capire che tipo di persona sei è normale che si osservino anche le notizie che ti riguardano su internet);

– scegliere di non essere presente sui social network lascia un punto di domanda nella testa dei selezionatori, soprattutto se sei un giovane nato dopo gli anni ’70.

La visione di un profilo su social network può portare a 3 conseguenze:

1)       È ininfluente rispetto alla selezione in corso (questa è la maggior parte dei casi: di solito immettiamo dati piuttosto banali e prevedibili sui nostri profili internet….quindi niente paura);

2)       Conferma l’impressione avuta durante il colloquio (nulla di cui preoccuparsi in fondo: siamo quello che siamo ed è meglio capirlo subito);

3)        Sconvolge l’impressione avuta durante il colloquio (Dottor Jekyll e Mister Hyde? Può darsi, ma allora c’è qualcosa da approfondire…).

Piuttosto, meglio pensare come utilizzare bene i social network: in generale sono un’ottimo mezzo per approfondire temi e argomenti di interesse attraverso la conoscenza di persone altrimenti irraggiungibili. Non servirsene vuol dire chiudersi in un guscio ed isolarsi.

No buono…..no no…

SITTERLANDIA.IT – LA QUALITA’ AL SERVIZIO DELLE FAMIGLIE

logo_sitterlandiaPiù volte su Il Mio Domani ho parlato di mestieri innovativi e di quanto occorre inventare un lavoro anziché cercarlo. Navigando in rete ho Conosciuto questa nuova realtà, Sitterlandia.it e l’ho trovata una bella idea frutto della mente giovane e brillante di Martina Monaco.

La sua storia credo possa essere di ispirazione per molti che hanno un’idea e vorrebbero testarla, avviarla, farla fiorire.

Innanzitutto credo sia opportuno tracciare il tuo identikit: chi è Martina Monaco?

martina_sitterlandia_smallSono nata a Venezia nel 1977 e vivo a Padova da 12 anni.  Mi sono diplomata in informatica e dopo una breve esperienza impiegatizia (per capire quale fosse la scelta accademica migliore), decido di cambiare totalmente indirizzo di studi, iscrivendomi a Psicologia a Padova. Ho scelto l’indirizzo psicobiologico, per analizzare e comprendere il contesto sociale e tecnologico e permettermi, attraverso lo studio dei dati, di creare, o migliorare, processi di innovazione organizzativa.

Il primo passo verso questa voglia di ottimizzare le interazioni e le comunicazioni sociali, attraverso la tecnologia, l’ho fatto con la mia tesi di laurea: analisi automatica dei curricula. Un motore di ricerca semantico per la valutazione dei profili, per un mappatura in tempo reale delle competenze. Un progetto che è approdato in alcuni Centri per l’Impiego.

Con il tempo e grazie a un tirocinio nell’ambito dell’orientamento professionale per neolaureati, si faceva sempre più forte la convinzione che mancava un orientamento lavorativo: i giovani italiani sono lasciati soli a decidere sulle scelte che cambieranno il loro futuro. Sia la scelta dell’università sia la valutazione delle offerte di lavoro.

Decido, così, di toccare ancora più con mano la situazione e accetto un posto di lavoro in un’agenzia di lavoro interinale. Nessun apporto tecnologico e psicologico per le selezioni e, soprattutto, nessuna voglia di migliorare e investire. L’unico obiettivo da perseguire erano gli utili, lasciando la qualità su un piano totalmente ininfluente ai fini del successo e della carriera lavorativa.

Quindi, l’assunzione della consapevolezza che in Italia non c’è moltissimo spazio per l’innovazione, mi ha portato a stabilire delle priorità: un lavoro che mi permettesse di “campare” e di costruire una rete di conoscenze per capire quali muri era utile scavalcare e quali aggirare. Volevo creare uno strumento che potesse migliorare la condizione sociale, soprattutto delle donne. Insomma, volevo creare un nuovo bisogno e volevo farlo su Internet.

Caspita, tocchi temi importanti e attualissimi. Come puoi immaginare condivido in pieno la tua ricerca di innovazione e la tua attenzione all’orientamento. Soprattutto mi piace molto il tuo punto di partenza: l’osservazione della realtà circostante e dei bisogni della gente. Raccontaci quindi di Sitterlandia…

Partendo dal presupposto di voler creare uno strumento per le donne, ho iniziato ad analizzare vari aspetti, concentrandomi su quello che più di tutti rientrava nella categoria “le cose all’italiana”. Ecco approdata al mondo “sitter”: in Italia, chiunque può fare la babysitter o la badante. Non ci sono linee guida per queste professioni e, soprattutto, sono professioni che spesso vengono viste come toppe in attesa di qualcosa di più serio e professionale. Per questo, le mamme si trovano ad affrontare ricerche estenuanti per arrivare ad incontrare una babysitter almeno “decente”. Arrivando a rinunciare sia alla babysitter che, ovviamente, ad una carriera professionale.

Il miglior modo per testare la valenza della mia idea di costruire una piattaforma di offerta e ricerca sitter è stato partecipare alle feste di addio al nubilato, dove molte donne presenti sono mamme. Ecco, alle feste di addio al nubilato, le mamme si scatenano nella loro felicità, non per la festa in sé, ma per essere finalmente riuscite a concedersi una serata per se stesse senza dover badare ai propri piccoli. Tra un’acqua tonica (la mia) e un gin lemon (il loro) riuscivo ad avere delle risposte al mio “sondaggio”.

Ahahaha, ottima strategia di indagine!

Conclusione: queste donne non riuscivano a trovare un proprio spazio durante la giornata solo per se stesse o anche per condividere preziosi momenti con i propri mariti, proprio perché non riuscivano a trovare una figura a cui affidare, anche solo per qualche ora, i propri figli. Il mito del passaparola è caduto rovinosamente perché “è una seconda scelta di altre mamme”. “Le bacheche? Le hai mai provate per cercare una babysitter?”. Dopo le feste di addio al nubilato, ho provato ad inserire un annuncio di ricerca su una bacheca online. Risultato? Dopo 200 telefonate, alcune in lingue a me sconosciute e dopo aver risposto ad un imbianchino in cerca di nuovi clienti, ho buttato la sim del cellulare. La mail che ho usato, ancora oggi, a distanza di 2 anni, riceve spam di ogni tipo.

Mi ero convinta. Volevo creare una piattaforma che tutelasse anche le famiglie dagli “stalker” in cerca di lavoro, da quelli che ti chiamano ogni giorno per chiedere “volevo sapere se ha trovato. No perché io sono sempre disponibile!”. Dovevo tutelare anche i sitter, soprattutto le ragazze (che per la maggiore si propongono per questi lavori), da chi cerca di trovare facili incontri, magari cavalcando il mito della babysitter “coscia lunga” di Pierino.

Mi sono così resa conto, definitivamente, che nel nostro Paese ci sono molte persone alla ricerca di lavoro come sitter, ma non c’è alcuno strumento utile che possa mettere loro in relazione con le famiglie, attraverso informazioni precise, mirate sui servizi e sulle competenze offerte.

Non restava che trovare un nome. Nasce, così, Sitterlandia.it, il Portale del mondo Sitter.

Con Sitterlandia.it sono riuscita a creare e a dare il “via” alla mappatura delle competenze nel mondo “caregiver”. Se prima una ricerca portava spesso ad un nulla di fatto, ora, grazie a Sitterlandia.it, una ricerca si chiude in meno di 2 settimane e si ha il sitter giusto per le esigenze della famiglia.

Fantastico, hai provato in prima persona quale sia la situazione e quali sono i problemi. Non è così comune tra chi si lancia in una attività anche se dovrebbe essere ovvio fare queste prove per capire la situazione del mercato in cui si vuole entrare.

Sitterlandia.it nasce con le babysitter, ma nel tempo si sono aggiunte altre figure e servizi, tra cui sezioni dedicate alle sitter nel mondo degli adulti (badanti, infermieri), nel mondo della casa (colf, custodi, maggiordomi), nel mondo degli animali (petsitter, dogwalker e addestratori) e nel mondo dello studio (aiuto compiti).

Con il tuo sito tocchi un tema scottante: il riuscire a far quadrare vita lavorativa, vita famigliare e vita personale delle giovani donne. Noto che è un tema assolutamente trascurato nei processi di orientamento. Secondo te andrebbe affrontato fin dalla scelta universitaria o professionale? Tu che sensazione hai dalla tua scrivania di Sitterlandia? 

Sitterlandia.it è nato proprio con lo scopo di cercare di rendere la vita più facile alle mamme.

Il mondo del lavoro, nella maggior parte dei casi, non tiene molto conto delle necessità di una persona con famiglia e a farne le spese sono, quasi sempre, le donne. Ho visto, nel corso degli anni, tante mie coetanee lottare contro il tempo e con i sensi di colpa, oberate dal lavoro, dalla casa e dalla famiglia e tutto questo mi ha fatto molto riflettere: lo Stato e le aziende dovrebbero fare di più per agevolare la conciliazione famiglia-lavoro.

La scelta della scuola superiore e, poi, dell’università, si fa ad un età in cui, solitamente, non si pensa alla famiglia e non si ha minimamente idea di quali carichi comporti averne una, soprattutto a livello di conciliazione famiglia-lavoro. Penso, però, che non si debba basare le proprie scelte di studio e professionali su come sarà (forse un giorno) la propria vita famigliare oppure basandosi sul fatto che si è una donna piuttosto che un uomo. Ragionando in questi termini, saranno sempre le donne a pagare per un welfare che non c’è. Bisogna, invece, fare i conti con le proprie necessità e operare sulla soddisfazione dei propri bisogni: svolgere un lavoro che ci piace, può renderci felici e appagati. Il nostro benessere si rifletterà sicuramente sulla nostra famiglia, qualsiasi essa sarà e qualsiasi saranno i problemi da affrontare.

Alle giovani donne, mi sento di consigliare di pensare, prima di tutto, a crearsi una propria autonomia, lottare per avere una propria identità personale e lavorativa. Avere un ruolo nella società permette di fare delle scelte libere, non dettate da altri, e dà la possibilità di far valere le proprie idee, per chiedere alle istituzioni maggiore attenzione sulle necessità di una madre che lavora.

Sono d’accordo, l’autonomia delle donne credo sia un gran traguardo e richiede molto lavoro, a 360°. A proposito di autonomia, per creare il tuo sito e gestire il lavoro che c’è dietro, in quanti siete? Con quali competenze? 

Il portale è stato concepito a ottobre 2010 e, dopo una prima fase di studio del settore e poi di test della piattaforma, è stato aperto alle famiglie il 7 marzo del 2011. La parte di programmazione e la grafica l’ha seguita Andrea Apollonio, il mio attuale socio, un vero talento nel campo informatico, che è riuscito a creare un portale funzionale e dall’utilizzo semplice. Invece, la parte di realizzazione delle schede professionali e il recruitment dei sitter è stato il mio compito. In pratica, i costi di start-up li abbiamo ammortizzati molto con le sue competenze informatiche e le mie competenze nell’ambito della psicologia e della selezione del personale.

dir_sitterlandiaCon Andrea, abbiamo inserito anche un sistema informatico, basato su rete neurale, che assegna al singolo sitter una percentuale di attinenza per la candidatura al singolo annuncio. Così, le famiglie in cerca di sitter, quasi mai esperte in ricerca e selezione, hanno un validissimo aiuto per capire chi chiamare a colloquio. Così si dà un servizio vero.

Caspita, bella questa trovata, davvero un aiuto per chi non sa da dove partire nella ricerca. Mi sembra tutto ben studiato, i presupposti per una crescita! Come vedi quindi il futuro di Sitterlandia, cosa immagini per Il Tuo Domani? 

Sono riuscita a creare sul serio uno strumento utile per le famiglie e soprattutto per le donne. Ogni giorno riceviamo telefonate di ringraziamento per il servizio che offriamo. Ogni telefonata di mamme o papà, rinforza il mio entusiasmo. Fino ad arrivare ad un’altra consapevolezza: in Italia non c’è una guida valida per orientare le famiglie alla scelta della struttura migliore per i bisogni dei propri figli. Oltre ai soliti elenchi di nominativi, non c’è niente che dia informazioni mirate. Informazioni realmente utili per una scelta, appunto, informata. Abbiamo deciso, quindi, di creare, all’interno del portale, una sezione dedicata alle strutture per l’infanzia, dove si dà la possibilità di parlare innanzitutto al target di riferimento, presentare nel dettaglio la propria realtà, i servizi e le competenze, aumentando la propria visibilità e permettendo alle famiglie di venire a conoscenza della struttura nella zona di riferimento.

Ogni giorno infatti ricevo numerose richieste di genitori disperati che mi richiedono di fornire loro un aiuto concreto attraverso informazioni dettagliate e affidabili sulle strutture per l’infanzia nella zona di riferimento a cui affidare i propri figli.

Insomma, vedo che piani di espansioni ce ne sono eccome. Se dovessi cercare dei collaboratori, che tipo di persone cercheresti? Diplomati o laureati in cosa? Con che tipo di esperienze?

 

Dalla mia esperienza di selezione del personale ho imparato che il tipo di diploma o di laurea conta fino ad un certo punto. Se si vuole lavorare nell’ambito web bisogna saper essere eclettici e curiosi, ma questo, probabilmente, vale anche per molti altri campi lavorativi. Io cerco persone che dimostrano interesse e voglia di scoprire nuove strade e orientate alle esigenze del cliente. Il nostro è un servizio innovativo, ma allo stesso tempo riguarda una sfera molto delicata come la cura dei propri cari. Per questo, cerchiamo persone che condividono la nostra mission e che dimostrano sensibilità. Non deve però mai mancare la precisione perché come dice sempre mia madre: “le cose o si fanno bene o non si fanno”.

Visto che il blog è per i ragazzi alle prese con le “grandi scelte” del post diploma, hai qualche buon suggerimento per loro? 

C’è chi ha le idee molto chiare e, da subito, sa ciò che vuole, ma c’è anche chi, e in questo gruppo mi sento inclusa, ha bisogno di capire e di provare il lavoro giusto. Consiglio, in questo caso, di fare più esperienze possibili, di qualsiasi tipo, per capire ciò che si vuole o non si vuole fare. Informarsi, parlare con chi fa un determinato mestiere che ci attrae, fare stage, tutto può essere utile per creare la propria identità e conoscere se stessi. Prima di scegliere un percorso di studi, domandarsi ciò che si vorrebbe fare ed informarsi che strada è necessario percorrere per arrivare a quella determinata professione. Può capitare di farsi un’idea totalmente sbagliata e il supporto di centri di orientamento possono essere molto utili in questa fase. Durante il corso degli studi sarà, poi, più facile affinare il proprio programma, ma la scelta dell’area professionale in cui si vorrà lavorare viene fatta quando si sceglie il percorso universitario ed è molto importante.

Ti ringrazio, condivido in pieno le tue parole: la propria identità si crea esperienza dopo esperienza e da ogni esperienza si può imparare qualcosa, di sé, del mondo intorno, del proprio orientamento.

Ti auguro buona fortuna e, da neo genitore, ti ringrazio particolarmente per il lavoro che fai.

 

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RITORNIAMO A PARLARCI

Padre e figlio/Father and son

Padre e figlio/Father and son (Photo credit: screanzatopo)

Rimbalzo l’articolo qui sotto (il link completo lo trovate qui) perchè pone l’accento su una grande verità: occorre ritornare a parlarsi tra generazioni.

E’ vero, c’è stato un tempo in cui i giovani avevano varie motivazioni per chiudere col passato (generazioni molto diverse tra loro vivevano questioni molto diverse e avevano visioni del mondo discordanti) ma oggi invece tra generazioni ci sono tante analogie. Alcune fatiche, alcuni sacrifici mi ricordano quelli di mio nonno, a volte quelli di mio padre. Sarà capitato anche a voi?

C’è un forte bisogno di dialogo per chiedere ma tu come facevi? Ma tu come affrontavi questa o quella situazione?

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Ci mancano i consigli di quelli più grandi

Eccoci all’appuntamento settimanale con CuorePrecario. Ci hanno scritto Bruno e Cucciola

Ci stiamo sposando e in questo periodo non è semplice avere nel cuore una voglia ma in banca niente. A chi ci chiede se siamo pronti, rispondiamo che ovviamente no, non lo siamo.

Eppure, ci sembra giusto continuare per la nostra strada, e in qualche modo dare un esempio. Solo, vorremmo i consigli di quelli più grandi: mamme, papà, nonni, zii di tutta Italia, o d’Europa, se le generazioni si parlassero forse sarebbe più facile dirsi di sì.

MA ALLORA C’E’ LAVORO! (L’ARTE DI LEGGERE TRA LE RIGHE)

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Oggi ultimo giorno del progetto per i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile e la domanda che ha scatenato gli animi è stata ma c’è lavoro?

Avevo una copia con me di “Il Lavoro”, un settimanale che si trova in edicola e consiglierei a chiunque volesse capire cosa viene ricercato…pagine e pagine di annunci, senza perdersi in internet.

I ragazzi si sono subito motivati perchè hanno toccato con mano che il lavoro c’è, le richieste esistono davvero e sono anche di vario tipo. Non è vero che vogliono solo commesse diciottenni e agenti di vendita!

Nello scorrere gli annunci però è venuto a galla anche uno dei comportamenti più diffusi e autolimitante. In un annuncio di lavoro spesso si trovano parole che non si conoscono (relative a ruoli professionali, competenze specifiche, mansioni da svolgere,…) e anzichè cercare di sapere cosa vogliano dire, in moltissimi scartano l’annuncio a priori. Perchè?! Perchè buttare via occasioni interessanti?

Dietro ad alcune parole nuove, straniere o apparentemente complicate, si possono nascondere attività semplici, interessanti e addirittura già conosciute. Me ne accorgo quando nei miei incontri leggo io gli annunci e spiego cosa viene richiesto e spesso qualche ragazzo salta fuori con un aaaaaah sì, ma io questo lo so fare! oppure io lo so che cosa vogliono, l’ho già visto fare, è facile!

Meglio allora non perdere l’occasione di conoscere qualcosa di nuovo e cercare il significato delle parole lette. Da questo punto di vista google è un validissimo aiutante!

Basta così poco per allargare gli orizzonti e darsi più chance! 😉

UN LAVORO BELLO O UN LAVORO UTILE?

calcoli...

calcoli!

Oggi è il primo giorno della maturità 2013, tanta ansia e tanta concentrazione, paure, speranze, notti a studiare e Venditti che aleggia nell’aria da giorni come un classico refrain nazionale. In bocca al lupo a tutti gli studenti ovviamente, ma con un occhio al domani, sempre. Perchè l’esame di maturità passa ma la chiarezza sul futuro è qualcosa che non avviene in un solo giorno o in una settimana, è una prova di maturità che si sostiene giorno dopo giorno.

Quindi come scegliere per il proprio futuro?

Le persone esprimono ammirazione per un lavoro affascinante, altruista, particolare, fuori dal comune, esotico, sognante. Però pagano per un lavoro che non vorrebbero fare o per un problema che non sanno risolvere.

Nel mondo del lavoro, quando si cerca un collaboratore o si richiede un servizio ad un professionista, si cerca sempre di ottenere o un guadagno (di soldi, di tempo, di divertimento, di benessere,…) o un risparmio (di soldi, di tempo, di fatica, di stress, di problemi,…).

Nella prospettiva che stai per prendere, nei passi che stai muovendo, tra studio e lavoro, quale bisogno ti prepari a soddisfare?

MA TU CHE LAVORO FAI?

quale mestiereOggi uno dei ragazzi detenuti all’Istituto Penale Minorile mi ha chiesto ma tu che lavoro fai? L’orientatore (parlare di outplacement e coaching sarebbe stato troppo complesso); e ti pagano per questo? …

Ottima domanda, magari ce la si ponesse più spesso, no?

Di solito ci facciamo un’idea vaga della redditività di un mestiere in base a quello che si sente dire in giro, oppure si guarda come è vestito o che auto guida o che casa ha una persona e a partire da questo ci si fa un’idea di quanto si possa guadagnare con il lavoro che fa. Ma non è il modo giusto.

Spesso i ragazzi nella valutazione della scelta universitaria e professionale mi chiedono di indicare loro un lavoro ben pagato o almeno un’università che garantisca un’entrata soddisfacente…e allora procediamo con ordine.

Un lavoro è ben pagato se:

– c’è richiesta;

– la gente è disposta a pagare per quello che offri.

Tutto qui? Beh non è poco. La richiesta dipende dal bisogno reale (c’è richiesta di tanti servizi o prodotti ma è una richiesta superficiale, apparente. La richiesta è concreta quando si è disposti a pagare per quello che offri).

Quindi le domande da porsi sarebbero:

– a che serve quello che sai fare?

– Ci sono prodotti alternativi a quello che offri?

– Quello che offri in quale parte del mondo serve (siamo in un mondo globale no?)?

– Chi compra quello che offri (sempre più spesso chi compra è una persona diversa da chi usa quello che offri)?

– Il prezzo richiesto è giusto per chi compra e, soprattutto, per garantirti il tuo guadagno ogni mese?

Domande non facile, ma comunque da porsi.

Se da questi quesiti hai la sensazione che non hai nulla di interessante da offrire o che non ci sia abbastanza mercato per quello che hai in mente, beh, forse è il caso di approfondire e pensare ad un piano B, magari qualcosa che possa completare quello che hai in mente.

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